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giovedì 30 novembre 2017

Alì, il pugile che lavorava con le parole: presentato al Dam il nuovo libro di Mazzeo

Martedì pomeriggio 28 Novembre 2017 il professore Marco Mazzeo ha presentato il suo ultimo libro Il Sofista nero - Mohammed Ali oratore e pugile (Derive Approdi) insieme a Fortunato Cacciatore, docente di Filosofia, e Oscar Greco, ricercatore ed ex pugile. La presentazione, che è avvenuta al DAM dell'Università della Calabria, si è concentrata sulla figura di Mohammed Ali/Cassius Clay non tanto come pugile quanto come oratore. A sottolineare quanto Alì fosse lontano dai canoni standard dei pugili di un tempo, è stato Oscar Greco: Ali fu colui che anticipò le correnti di pensiero dell'epoca, sfruttò la sua posizione non tanto per affermarsi come sportivo o pugile, quanto per affermarsi come comunicatore.

venerdì 17 novembre 2017

Al via il Rende Book Festival

Parte oggi nel centro storico di Rende la prima edizione del Rende Book Festival, fiera del libro organizzata dall’associazione internazionale C.O.R.E, e patrocintata dal Comune di Rende, che coinvolge dal 17 al 19 novembre editori e autori provenienti da tutta Italia. La fiera si svolge nello scenario storico e artistico del Castello, dove l’arte e la cultura sono già presenti grazie al Museo d’arte contemporanea, ma che stavolta si apre al pubblico per un percorso culturale nel mondo del libro. Un vero e proprio viaggio istruttivo della durata di tre giorni, durante il quale i visitatori potranno incontrare autori ed editori, assistendo alla presentazione dei libri. 

venerdì 24 aprile 2015

Vinicio Capossela all'Unical per la giornata mondiale del libro

Luci soffuse, il personaggio in scena si trova seduto ad una scrivania e  apparentemente sembra usare i suoi polpastrelli per batterli sulla tastiera di un computer; in realtà quella piccola tastierina è lo strumento che gli permette di riconoscere le lettere e riuscire così a formare le parole, a leggere le parole, sebbene lui, quelle parole, non possa vederle.
Seduto a quella scrivania, sul palco del Teatro Auditorium, c’è Roberto, ragazzo non vedente che, leggendo dei passi tratti da “Moby Dick”, ha di fatto aperto la manifestazione #ioleggoperchè il 23 aprile scorso all’Università della Calabria, organizzata in occasione della giornata mondiale del libro.

mercoledì 22 aprile 2015

"Lettera mai scritta" fra Heidegger e Arendt, messa in scena al PTU

Era solo una ragazzina, Hannah Arendt, quando si invaghì del suo professore Martin Heidegger, di vent’anni più anziano e sposato; proprio lui ricorderà nel 1950 il loro incontro e lo sguardo della Arendt, uno sguardo che solo gli innamorati possono scambiarsi. Per alcuni un colpo di fulmine, per altri una storia travagliata fatta di incontri e scontri, separazioni e ritrovi, pensieri mai dedicati, sentimenti mai dichiarati e lettere mai inviate, mai scritte.
Proprio le lettere sono state protagoniste, giorno 21 Aprile, al piccolo teatro unical (PTU) in occasione dello spettacolo “Fotogrammi della memoria. Una lettera mai spedita” inserito nel programma #ioleggoperchè. In scena, nel ruolo di Martin Heidegger, il professore Bruno Roberti, che ha curato l’intera lettura scenica, e la studentessa Valeria Bonacci, nei panni di Hannah Arendt: i due hanno recitato alcuni passi tratti dal libro di Pio Colonnello “Martin Heidegger e Hannah Arendt. Lettera mai scritta”.

venerdì 17 dicembre 2010

Recensione di Sotto Racket, tutti gli incubi del testimone


La mafia non è mai un argomento ‘semplice’ e, infatti quello che Saverio Paletta propone è un lavoro scrupoloso e attento fin nei minimi dettagli. Fulcro del libro la vicenda di Alfio Cariati, Testimone di Giustizia, un ‘semplice’ cittadino che, venuto a contatto con delle realtà di dubbia legalità, decide di parlare.


Gli atti mafiosi non godono del beneficio della legge, ma in talune realtà hanno il consenso tacito di chi passivamente vi assiste e vi convive, quindi non denuncia. Centrale per la vicenda di Alfio la normativa nella quale sono presenti le definizioni di pentito, collaboratore di giustizia e il testimone. Come collaboratore di giustizia si definisce una persona che ha commesso dei crimini e che ad un certo punto, decide di collaborare con la giustizia. Il testimone è, invece, un libero cittadino che assiste ad un fatto di rilievo e decide di riportare quanto ha visto in una sede legale.


Testimoniare dovrebbe essere la normalità, soprattutto quando si è vittime di atti intimidatori e persecutori, tuttavia tale pratica, schivata da molti e giudicata negativamente da altri, viene considerata un’eccezione. La testimonianza del sig. Cariati è di quelle importanti e pesanti, grazie alle su e parole il processo Omnia prende la giusta piega contro gli imputati, nonostante ciò egli, piuttosto che testimone viene classificato come collaboratore d giustizia acquisendo il diritto alla ‘protezione’. Eppure il sig. Alfio non ci sta, non vuole essere considerato ‘pentito’, ma semplicemente ciò che è: un cittadino che ha testimoniato contro l’operato della mafia. Inizia una nuova battaglia che dura ancora oggi: farsi riconoscere testimone e al tempo stesso poiché tale aver diritto alla protezione da parte dello Stato.


Il ritmo incalzante e obiettivo con cui viene affrontata la vicenda esplica con chiarezza e dovizia di sfumature il paradosso in cui il testimone Alfio si è trovato; la descrizione della vicenda è arricchita dalla smaliziata penna del sapiente giornalista che ha fatto del suo lavoro la ricerca di una verità ancora in divenire.



Recensione di Bruna Larosa

domenica 14 novembre 2010

"Senza colpa", al Dam il romanzo di Felice Cimatti


Si svolgerà al Dam (Polifunzionale Unical) martedì 23 novembre alle ore 17:30 la presentazione del primo romanzo scritto da Felice Cimatti, dal titolo “Senza colpa” (edizioni Marcos y Marcos). L’autore, nato a Roma nel 1959, è docente di filosofia del linguaggio all’Università della Calabria. Non si era mai occupato di narrativa finora, ma in compenso ha pubblicato “Mente e linguaggio negli animali. Introduzione alla zoosemiotica cognitiva” (Carocci 2002), “La scimmia che si parla. Linguaggio, autocoscienza e libertà nell’animale umano” (Bollati Boringhieri 2000), “Il senso della mente. Per una critica del cognitivismo” (Bollati Boringhieri 2004) e altri saggi filosofici.
“Un noir etologico che smaschera tutti e non assolve nessuno”: la trama di “Senza colpa” parte dal Centro per lo studio della coscienza animale, dove si fanno strani esperimenti sugli scimpanzé. Il dottor Sauvage, scienziato senza scrupoli, vuole capire se in certe condizioni anche gli animali possono diventare crudeli come gli uomini. Ma un giorno Sauvage scompare. L’ispettore Mark Soul indagherà sul caso, ma il silenzio che lo circonda gli appare omertoso, compreso quello degli animali.
L’ispirazione del romanzo è lo stesso Cimatti a raccontarla in un’intervista. “Come scrive Derrida, un filosofo che non mi piace molto, ma che ha scritto un bel libro sulla filosofia e gli animali, sono davvero poche le persone che si fanno guardare da un animale, ad esempio un gatto, senza subito pensare di sapere tutto su quell’animale. Forse per questo, dopo averci pensato tanto (l’ultimo capitolo di ‘Senza colpa’ l’avevo in mente da anni), alla fine mi sono messo a scrivere questa storia. Perché quando vedo un gatto, o una capra in un prato, non mi preoccupo più tanto di quello che possono pensare, li guardo e basta, se non li infastidisco, e rimango stupito per la meraviglia misteriosa di quello sguardo”.
Alla presentazione del libro parteciperanno, oltre all’autore, Michele Trotta, Massimo Celani, Margherita Ganeri, Bruna Mancini.

martedì 25 maggio 2010

Emozioni in versi, concluso il ciclo di seminari del Sileno


Si è concluso all'Unical il ciclo di cinque seminari iniziati ad Ottobre ed organizzato dall'Associazione Culturale “Il Sileno”, intitolato “... E continuano a chiamarla solo poesia”. L'ultimo incontro è stato intitolato “Se...Lentamente muore...Itaca”. La quinta delle sette arti è diventata, durante il ciclo di seminari, pretesto ermeneutico per momenti di confronto e coinvolgimento emotivo, durante i quali sono emersi pensieri e impressioni, e si sono materializzati versi noti o personali.
“Lo scopo dei seminari”, ci ha detto Luca Rota, uno degli organizzatori e coordinatore degli incontri, “è stato e sarà quello di ricreare la sensibilità poetica che è insita in ognuno di noi, anche se a volte, anzi molto spesso, ce ne dimentichiamo”.
“Se...Lentamente muore...Itaca” ha tra l'altro rappresentato l'occasione per sottolineare il valore unificante della parola, quel “dare la parola attraverso la poesia, per poter trasmettere calore” come ha detto Gaetano Santandrea, che ha suggestionato l'uditorio con pensieri, metafore, semplici racconti, in grado però di spingere alla riflessione e, spesso, emozionare.
E se a volte può sembrare, a torto, obsoleto o noioso avvicinarsi a questa forma d'arte, l'evento ha avuto il merito di ritagliare uno spazio in cui si potesse godere dei propri pensieri e di quelli altrui, tra l'altro in un luogo appositamente ricreato: per i primi incontri si è scelto di arricchire l'ambiente con stampe di quadri, versi e parole appesi alle pareti, per spogliare l'aula dall'istituzionalità delle normali ore di lezione.
E' stato quindi questo lo spazio-tempo per respirare una boccata d'aria fresca da una società ormai troppo materialista e assorbita da determinati circuiti e clichè che avvelenano la vera natura dell'individuo, imponendone una diversa, omologata. La poesia che diventa sinonimo di Libertà, in quanto ci permette di fermarci un attimo a capire chi siamo e cosa vogliamo davvero, cosa ci piacerebbe in realtà fare, anziché accontentarci sempre e solo di quello che la società ha confezionato per noi.
Questi giovani poeti e appassionati di poesia si sono idealmente contrapposti, come è emerso da numerose riflessioni, ad un certo malcostume, all'ipocrisia ormai radicata nell'atteggiamento comune, spesso sfiorando le corde dell'anima con i loro versi o con quelli di grandi poeti come Eliot, Bukowski, Ikmet o Montale, e ancora Kipling, Neruda e Kavafis, omaggiati in chiusura con le letture delle tre poesie che, unendosi, hanno dato titolo all'incontro stesso.
Anche la musica, che del resto è per certi versi (è proprio il caso di dirlo) affine, ha trovato spazio, come suggestivo sottofondo o grazie alla lettura di testi come quelli di De Andrè o di Elisa, o con i versi di Jim Morrison.
Perchè la poesia resta, nonostante tutto, per chi la sa apprezzare, un ottimo veicolo di emozioni e stati d'animo, che vengono evocati in maniera suggestiva proprio per la sua natura, fatta di “materia” intima e profonda.

Zaira Bartucca

martedì 23 marzo 2010

La tecnologia non ucciderà i libri


La tecnologia aiuta o ostacola la lettura? A questa domanda si è cercato di dare una risposta giovedì 4 marzo presso l’aula Caldora dell’Università della Calabria, dove si è tenuto un dibattito circa l’importanza della lettura in Italia, comparata alle nuove forme tecnologiche che la riguardano, in occasione della seconda edizione del Premio "Città del libro". Tra i relatori erano presenti Giulia Blasi (coordinatrice del seminario), Gino Roncaglia (docente d’Informatica), Raffaele Perrelli (preside della facoltà di Lettere e Filosofia) e Andrea De Benedetti (giornalista).
Oggi in Italia si legge meno rispetto a qualche decennio fa, e spesso il tradizionale testo cartaceo viene sostituito da più comodi e veloci supporti digitali. Il dato paradossale è che ci sono molti più scrittori rispetto ai lettori, e gli stessi studenti di Lettere che dovrebbero favorire lo sviluppo nell’industria culturale - come sottolineato dal preside Perrelli - leggono solo se un testo rappresenta per loro un oggetto di studio.
Ma perché oggi si legge così poco nel nostro Paese? Chi è che toglie tempo alla lettura? Il tempo è la principale causa nella decrescita della lettura. Ormai tante persone mostrano una superficiale attenzione verso di essa - causa il troppo lavoro e il poco tempo libero. Gran parte del tempo prima dedicato al libro oggi si è assottigliato. Tuttavia i media digitali diffondono in tempo reale molte notizie, offrendo così agli utenti un’ampia scelta, e inoltre il materiale on-line è facilmente reperibile e meno costoso. Soprattutto, la tecnologia contribuisce a salvare e conservare il patrimonio culturale, si pensi alla digitalizzazione dei documenti. Le cause della decrescita della lettura non sono quindi di natura tecnologica, bensì da ricercare nella comunità stessa dei lettori.
E' molto indicativo il fatto che ad un così interessante evento, siano presenti poche decine di persone, così come è rilevante il dato che vede diminuire costantemente la percentuale – annuale, ma anche mensile e settimanale - che riguarda la lettura di libri e/o riviste nel nostro paese. Il fenomeno di decrescita riguarda soprattutto le nuove generazioni, che si allontanano sempre di più dalle forme tradizionali di lettura: mentre chi leggeva il libro o il giornale prima continua a farlo tuttora, i giovani preferiscono attingere le informazioni da Internet sacrificando così la lettura dei quotidiani o di un buon romanzo.
Forse il problema è costituito da una inadeguata preparazione degli studenti, che spesso iniziano il loro cammino universitario con delle lacune che si portano dietro dalle scuole superiori. Le università stesse non stimolando più di tanto la lettura di testi che non siano universitari. Bisogna investire più tempo e denaro nella lettura, ed aprirsi a tutti i generi letterari, integrando la nostra cultura con la tecnologia, senza pensare di poter sostituire con Internet il libro o il giornale. Dovremmo lasciarci catturare ancora dall'enorme fascino della lettura tradizionale.

Antonio Osso

sabato 20 febbraio 2010

"La scomparsa dei fatti"


“Se in America il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il cane di compagnia. O da riporto”. Le parole sono di un libro che risale a qualche anno fa, ma che io ho scoperto solo questa estate. Si tratta di “La scomparsa dei fatti” scritto da Marco Travaglio (edito da Il Saggiatore). Un libro che ha creato non poche polemiche in quanto punta l’attenzione sul modo di fare giornalismo e sul modo di divulgare l’informazione in Italia, che sicuramente non è dei migliori. Ciò su cui focalizza l’attenzione Travaglio sono appunto i fatti, tutto ciò che potrebbe fare la differenza nel sistema di informazione italiano. “Senza fatti, si può sostenere tutto il contrario di tutto. Con i fatti no.”
Sono anni che in Italia i fatti non vengono più raccontati come sono realmente. Si nascondono per far posto a notizie di secondo piano. Nel libro si parla addirittura di “allergia ai fatti manifestata dal giornalismo italiano.” Vengono citati numerosi esempi di giornalismo malato che nel corso degli anni ha fatto entrare in casa nostra personaggi come Annamaria Franzoni “di cui gli italiani sanno tutto. Dei processi che riguardano i politici di ieri e di oggi nessuno sa nulla, a meno che, oltre a guardare la televisione, non si abbia il brutto vizio di leggere qualche giornale o qualche libro.” Oltre a questi fatti di cronaca non mancano notizie nascoste come i fatti di Tangentopoli, di cui molti giornalisti dell’epoca, ad un certo punto, hanno deciso di fare retromarcia, riabilitando tutti i protagonisti (condannati fra l’altro) della vicenda. Come non citare i misteri che avvolgevano la missione italiana in Iraq. Ed ancora, il caso dell’influenza aviaria che, sarcasticamente, definisce “giornalismo dei polli.” Travaglio ci ricorda anche come molti si dimentichino di una delle prime regole del buon giornalista, ovvero quella di verificare che i numeri siamo esatti. Spesso si sentono cifre assurde ma, poiché non siamo tutti economisti o matematici, ci crediamo. Continuando così, si va avanti facendo elenchi di tutti quei giornalisti che implicati in situazioni poco consone alla loro professione (inchieste, processi e quant’altro) hanno continuato in modo del tutto normale la loro professione. Sempre in tv con il sorriso stampato in viso, come se niente fosse.
Cita il sommo Montanelli. “La differenza fra chi scrive per i suoi lettori e chi scrive per gli altri si nota subito: il primo parla chiaro e lo capiscono tutti, il secondo parla in codice e lo capisce solo chi lo deve capire. ”
Questa purtroppo è la situazione in Italia del nostro giornalismo e della nostra informazione. La nostra figuraccia con la stampa estera l’abbiamo già fatta, in particolare per quanto riguarda le ultime vicende, specialmente quelle politiche. Eh già, i politici di “casa nostra” hanno trovato il loro punto d’appoggio nella tv e in molti giornalisti. Quello che un po’ tutti dovremmo fare e di iniziare ad aprire qualche giornale in più. Ma anche qui badiamo bene a quale aprire! Dobbiamo cercare di avere una nostra opinione delle vicende che ci circondano ed iniziare ad avere un occhio più critico. Non che tutti debbano avere l’ambizione di diventare giornalisti, come me, ma almeno non facciamoci abbindolare come pupazzetti da un giornalismo malato.

Adelia Pantano

lunedì 8 febbraio 2010

Alla scoperta di Lorenzo Calogero, poeta calabrese


Ottocentoquattro quaderni. In essi è contenuta non solo la poesia, ma tutta la vita di un poeta contemporaneo: Lorenzo Calogero. Dire di lui “poeta calabrese” è riduttivo, è una figura infatti che deve leggersi in un contesto molto più ampio per poterne apprezzare la qualità. E questo è lo scopo del Convegno Internazionale organizzato per la prima settimana di febbraio dal dipartimento di Filologia dell’Unical, alla presenza di esponenti di prestigio del mondo della cultura e dell’università. Una iniziativa che si distende tra Melicuccà, suo paese d’origine, Palmi e principalmente Arcavacata, in occasione del centenario della nascita. Pensando alla cultura della nostra regione vengono in mente grandi nomi, ma in genere tutti relativi ad epoche passate. È necessario dunque rivalutare le tante figure recenti, per dare l’idea che l’eredità culturale della Calabria sia ancora viva. Calogero, come sottolinea il prof. Cersosimo, dovrà essere oggetto di un investimento culturale straordinario, che permetta di diffonderne la conoscenza, per toglierlo dalla “calabresità” intesa come eccesso localismo, e reinserirlo nella dimensione di poeta italiano, nato per caso a Melicuccà.
Singolare è la vicenda dei quaderni. Su di essi il poeta costantemente segnava, quasi come in uno zibaldone leopardiano, pensieri in prosa, componimenti in versi, racconti, bozze di lettere, e anche alcuni disegni. I quaderni, conservati in vari scatoloni, erano stati affidati alla Casa della cultura di Palmi. Le condizioni in cui si trovavano alcuni di essi erano molto precarie, tanto che di alcuni se ne è potuta fare appena in tempo una scannerizzazione, salvandone così il contenuto. Tutto questo materiale è passato ora alla custodia della nostra Università. Archi-let è il progetto del Dipartimento di Filologia che si propone la conservazione di archivi letterari, e da qualche tempo ha riordinato i quaderni di Calogero, facendone una schedatura, verificandone la condizione, esaminandone gli scritti. E non solo. Si è proceduto infatti anche alla riproduzione digitale del materiale, permettendo così la sua consultazione evitando però di danneggiare ulteriormente i quaderni.
La figura di Lorenzo Calogero ha certamente tutte le potenzialità per suscitare interesse. A iniziare della sua vita. C’è infatti uno strettissimo legame tra la sua vita e le sue opere. Dalle sue poesie emerge quel senso di solitudine che lo accompagnerà sempre, fino alla morte. Morte da suicida, che ancor di più lo pone nell’ambito dei cosiddetti “poeti maledetti”, contribuendo a formare una sorta di mito. Era anche medico, Calogero, ma esercitò pochissimo la professione, preso com’era dalla sua passione per la poesia. La sua arte non è ben riconducibile ad uno stile, ma subisce cambiamenti, è un processo in fieri, e forse anche per questo difficile da comprendere nell’immediato. Su Calogero pesò molto l’essere in qualche modo “emarginato” dalla critica, anche se intratteneva contatti epistolari con molti esponenti della vita culturale del suo tempo. Poche le pubblicazioni in vita, poche quelle postume, ma dai quaderni è emersa una quantità tale di materiale da permettere una più completa analisi della sua poesia. Sul poeta di Melicuccà infatti sono stati creati degli stereotipi che in qualche modo lo hanno anche danneggiato. Bisogna evitare di mettere un personaggio come Calogero “sugli altari”, ma occorre studiarlo, impararlo, e soprattutto capirlo.
Sono molte le iniziative in cantiere. Innanzitutto curare una pubblicazione delle opere. Dunque sia le raccolte pubblicate dallo stesso autore, sia quelle edite dopo la sua morte. Ma soprattutto il materiale inedito riscoperto di recente. E cercare poi di divulgare anche a livello internazionale attraverso traduzioni accurate. A livello di studio si auspica che nasca un gruppo che se ne occupi in modo approfondito, anche con l’istituzione di borse di studio e di una borsa di dottorato. Per diffonderne la conoscenza, oltre che con progetti indirizzati alle scuole è interessante la proposta dell’istituzione di un “parco letterario”, l’idea di un viaggio per conoscere i luoghi del poeta, ad iniziare dal suo paese natale. Progetto che permetterebbe di valorizzare anche i luoghi oltre a una figura sconosciuta al grande pubblico, quella di un grande poeta calabrese di respiro internazionale.

Lorenzo Coscarella

sabato 30 gennaio 2010

L'America raccontata da Oscar Bartoli


Nella grande sala di una importante Università americana si può leggere un avviso che ammonisce gli studenti sul non copiare durante gli esami, sul non imbrogliare. Avviso che è stato affisso dopo uno studente straniero era stato beccato durante un esame con dei foglietti mentre cercava di copiare. Di quale nazionalità era questo studente? Italiano, naturalmente.
È tutto un altro mondo al di là dell’atlantico, e in “E anche questa è America” Oscar Bartoli ce ne rende uno spaccato che possa interessare gli studenti, coloro che cercano opportunità, ma che vedono i loro progetti sbattere, qui in Italia, contro una eccessiva serie di ostacoli. Il libro non è però un’apologia degli U.S.A., anzi, la presentazione dell’America sotto i suoi vari aspetti è una delle qualità del lavoro di Bartoli, presentato all’Unical dall’autore insieme a Lilia Infelise, di Artes, e Giacinto Marra, della Fondazione Rubettino. Bortoli è un giornalista e avvocato, che da anni risiede a Washington. Nel suo libro presenta prima due storie di giovani, storie di un successo raggiunto grazie all’esperienza negli U.S.A. Su questa scia seguono interviste fatte da Bartoli a vari personaggi che presentano la loro storia, tra paese d’origine e America, offrendo anche diverse visioni della società in cui si trovano a vivere. Infine l’autore presenta altre testimonianze attraverso materiale riguardante la sua attività di giornalista radiofonico.
L’America non è il migliore dei mondi possibili, però resta ancora il paese delle opportunità. È come una pentola in continua ebollizione, mentre l’Italia continua a mostrare i segni di una stagnazione che non dà segni di voler cessare. Quali sono le cause di questa Stagnazione? Le solite ovviamente, e in particolare un atteggiamento di furbizia, che diventa il principale mezzo da usare da chi voglia vedere soddisfatte le proprie ambizioni. Atteggiamento aiutato dall’acquiescenza degli altri. Negli U.S.A. invece la sola regola è quella della competizione. Da un lato potrebbe sembrare un mondo duro, in realtà premia chi ha voglia di emergere e le idee per farlo. Ne sono esempi i sistemi di “venture capital”, con cui dei privati finanziano giovani che hanno idee vincenti e che hanno bisogno di capitale per svilupparle. Le storie presentate sono esperienze di giovani e non, che evidenziano come nella società americana non c’è la percezione che bisogna appartenere a qualcosa o a qualcuno per riuscire, ma serve sacrificio e lavoro. Ai giovani protagonisti mancano certo la famiglia, gli amici, i luoghi d’origine, ma non di certo la realtà italiana. Realtà che avrebbe reso loro molto difficile realizzare ciò che hanno fatto in America. E non perché l’America sia superiore, visto che è comunque un paese difficile, ma perché è molto, molto diversa dal nostro paese. La meritocrazia è concreta, non un’espressione da campagna elettorale.
Interessante quanto detto dalla economista Lilia Infelise riguardo ai giovani laureati della nostra terra, che ha avuto modo di incontrare durante la sua attività. Sono preparati, ed hanno molte potenzialità, ma gioca a loro grande sfavore la scarsa conoscenza delle lingue, che nella società attuale è sempre più centrale, e la mancanza di esperienze all’estero.
A guardarla dalla Calabria poi, questa distanza tra Italia e America sembra ancora più netta. Non è un segreto infatti che quelli che sono considerati i mali della nazione, ai quali nel libro si accenna, nella nostra regione sembrano ancora più radicati. Cosa fare allora? Trasferirci in America? La domanda è ovviamente provocatoria. Bartoli però lo ha fatto, e se gli si chiedono le ragioni per le quali ha scelto di restarci risponde: “Sto bene in America, perché lì ci si sente cittadini di serie A”. Cosa che in Italia non è sempre possibile.

Lorenzo Coscarella

giovedì 17 dicembre 2009

Mafia, un libro a tre mani


Il fenomeno mafioso è oggetto di studio da numerosi decenni ormai da parte di giudici, giornalisti, politologi, sociologi, storici. Lo dimostrano i numerosi libri pubblicati sull’argomento. Fra gli ultimi titoli troviamo “Mafie e legislazione antimafia”, presentato all’Unical su iniziativa della facoltà di Scienze Politiche, dai suoi autori: Emanuele Crescenti procuratore aggiunto a Palmi e già procuratore DDA a Messina, Giovanni Moschella docente dell’Università di Messina e Luigi Chiara docente dell’Università di Messina. Il libro è composto da tre saggi, ciascun autore ha curato un approccio particolare che tiene conto di diversi ambiti disciplinari.
Chiara ha curato e ripercorso le tappe storiche della mafia a partire dal periodo pre-unitario, è in questo periodo che con i notabilati e i feudatari nasce il fenomeno mafioso in Sicilia ma non sarà un problema esclusivamente siciliano. Con lo stato unitario la mafia ha la possibilità di rafforzarsi e di radicarsi maggiormente nel territorio grazie anche all’incapacità dello stato di controllare i territori sotto la sua giurisdizione. Inizialmente la mafia è stata considerata come un residuo del fenomeno feudale ma successivamente si capì che il fenomeno mafioso aveva la capacità di adattarsi alla modernità e ai suoi processi. La mafia infatti era radicata nei posti chiave per potersi sviluppare come le reti di comunicazione (porti) e le istituzioni democratiche. Questo le ha permesso di resistere nel tempo e adattarsi ai cambiamenti politico sociali sino ad arrivare ad oggi. Con il passare degli anni è riuscita ad inserirsi in quei settori considerati redditizi come il traffico di armi e di stupefacenti, oltre al fatto che controlla i settori pubblici attraverso il voto ed è inserita nel settore degli appalti che le permette di accrescere maggiormente il suo potere sul territorio.
La seconda parte del libro è stata curata da Emanuele Crescenti e riguarda l’aspetto tecnico- giuridico della mafia. Qui si ha un excursus giuridico della legislazione contro la mafia a partire dal codice Rocco in cui si fa riferimento al reato associativo per perseguire gli illeciti. Ma è solo nel 1982 che viene riconosciuto con la legge Rognoni –Latorre il reato di associazione di tipo mafioso, con questa legge si ha una modalità d’azione di tipo specifico ed è sempre con questa legge che si ha la condanna per mafia. Va sottolineato che la mafia in generale si fonda sulla capacità organizzativa che a sua volta si basa sull’omertà e l’intimidazione. E’ in questi anni che lo Stato riconobbe la necessità di intervenire con la lotta alla mafia a seguito degli omicidi Latorre, Rocca, del Generale dalla Chiesa , Falcone, Borsellino, che tutti ricordiamo. Ed è sempre in questo periodo che si interviene anche a livello investigativo per combattere la mafia con la cosiddetta “stagione di Palermo” e il “maxi processo”. Il desiderio di Falcone era quello che si creassero gruppi di lavoro specifici in modo che l’investigazione non fosse parcellizzata e ci si occupasse solo di mafia. Inizia, così, la direzione generale antimafia per indirizzare in modo efficace il lavoro. Questa sostanzialmente era l’idea di Giovanni Falcone, ma non fece in tempo a realizzarla perché la mafia un po’ per vendicarsi del maxi processo, come sostiene Crescenti, un po’ per la direzione nazionale antimafia lo uccise. E successivamente uccise anche Paolo Borsellino dato che era l’erede naturale di Falcone e l’unico che avrebbe potuto agire come lui. Nonostante questi tragici eventi la direzione nazionale antimafia fu portata avanti da altri magistrati e si è arrivati anche alle direzioni distrettuali antimafia. Con queste i magistrati hanno competenze più ampie.
Ma un salto di qualità nella lotta alla mafia si ebbe con la collaborazione del pentito Tommaso Buscetta, va detto che la collaborazione garantisce ai mafiosi una riduzione della pena e da la possibilità ai pentiti di essere protetti. Il pentitismo fu una rivoluzione nelle modalità di colpire il fenomeno mafioso ma comportò anche una serie di problemi come quelli del controllo e dell’attendibilità delle dichiarazioni dei mafiosi.
Il terzo saggio del libro è stato curato da Moschella, che si è occupato di due aspetti: sequestro e confisca dei beni a fini sociali; e infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni.
Dagli anni ’80 in poi si ha una costante lotta alla mafia, ma questa non è solo in senso repressivo ma anche nel senso di sensibilizzare la gente contro questo fenomeno, come dice Moschella. La sensibilizzazione doveva e deve avvenire a partire dalle scuole, a questo proposito viene citato un episodio di Borsellino, il quale la mattina in cui fu ucciso aveva inviato una lettera ad una Preside di scuola per combattere la mafia a livello culturale. Per quanto riguarda la confisca dei beni, la legislazione dell’ ’82 aveva il limite del ritorno dei beni confiscati ai mafiosi. Questo tipo di beni non venivano utilizzati in modo utile e proficuo per la società civile. Solo con la legislazione del 1996 si ha un cambiamento in questo senso, i beni confiscati vengono utilizzati per fini sociali come contrasto alla mafia. Un esempio sono le case famiglia che vengono costituite in appartamenti o ville che erano di mafiosi, ma anche centri ricreativi e altri. Attualmente è stata avanzata una proposta sia dal governo che dall’opposizione di creare un’agenzia per il coordinamento dei beni confiscati alla mafia. Un altro problema da considerare nella confisca dei beni è quello della loro vendita, perché in questo modo si rischia che i mafiosi tramite dei prestanome ritornino in possesso dei loro beni.
La questione dell’infiltrazione invece è uno strumento privilegiato dei mafiosi che riescono ad entrare nelle istituzioni ed avere così il controllo e la gestione politica del territorio. Con il passare del tempo la situazione è cambiata sino ad arrivare ad oggi dove assistiamo ad un intervento diretto della mafia nelle elezioni, ciò vuol dire che i mafiosi fanno le scelte politiche amministrative.
Un altro fenomeno a cui assistiamo è lo scioglimento delle amministrazioni per mafia. I dati che riguardano questo fenomeno non sono buoni, come dice Moschella, infatti accade spesso che un comune sciolto per mafia dopo la rielezione viene risciolto per infiltrazione mafiosa, questo perché spesso il collegamento mafioso non è con la giunta ma con l’apparato amministrativo anche se si sta profilando un cambiamento facendo dei controlli sull’apparato amministrativo.
Ma per combattere la mafia bisogna avere la capacità di dire no. Il no deve venire non solo dai governi locali e centrale, ma anche dalla società civile.

Giovanna Terranova

venerdì 20 novembre 2009

La lunga strada della sinistra nell'ultimo libro di Fausto Bertinotti


"Noi, gente di sinistra, viviamo nella paura. La paura, a volte sotterranea, a volte dichiarata, che la sinistra non ci sia più. Che essa sia scomparsa non solo dal parlamento e dai grandi media, ma dalla società, dalla cultura e perfino dalla vita quotidiana. E c'è addirittura chi pensa che non sia un'assenza temporanea, ma una vera e propria fine storica. Questa sensazione di scomparsa l'avverto anch'io, la sento sulla pelle, la vivo nei luoghi che non ci sono più. Perché i luoghi non sono, nient'affatto, soltanto dimensioni territoriali, o geografiche: per la sinistra sono sempre stati momenti di rapporto e di relazione, costruzione di politica, affermazioni di senso."
Sono parole di Fausto Bertinotti che trovano sfogo nel suo ultimo libro “Devi augurarti che la strada sia lunga” scritto a sei mani, con le giornaliste Ritanna Armeni e Rina Gagliardi per Edizioni Ponte alle Grazie. Il titolo del libro è un verso del poeta greco Costantino Kavafis, che nella sua Itaca scrive “Quando ti metterai in viaggio per Itaca, devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze”. Detto altrimenti potrebbe suonare: l’importante è il viaggio non la meta.
Come quando per il movimento operaio la meta era lo Statuto dei lavoratori o il contratto collettivo dei metalmeccanici, ma l’importante era la costruzione dello sciopero e la forte presa di coscienza durante il cammino, l’educazione sentimentale, la rivoluzione di sé prima che la rivoluzione mondiale.
E’ un Fausto meno retorico e più problematico, e in questo senso più politico, quello che si è presentato giovedì mattina all’Università della Calabria, nella stessa Aula Magna piena di studenti che ha infiammato tante volte. Ma stavolta non si canta bandiera rossa. “Storicamente abbiamo avuto sempre molte sinistre - ricorda Bertinotti – riconducibili almeno a due: una moderata e una radicale. Oggi non ne abbiamo neanche una”. Sono state entrambe sconfitte in Europa, definitivamente negli anni ’80 con l’avanzata dei governi di centrosinistra, ma la sconfitta è graduale e risale alla crisi del movimento operaio, quando negli anni Sessanta il partito comunista è incapace di cogliere le trasformazioni del lavoro di cui sono portatori l’operaio di serie e lo studente di massa. Ed oggi che il capitalismo finanziario globalizzato è entrato in crisi, oggi che i movimenti sociali hanno finalmente ragione agli occhi del mondo, dov’è la sinistra? Mentre in America Latina si riconquistano ampi spazi di democrazia, come in Bolivia o in Uruguay, con un presidente cocalero e uno tupamaros, in Europa la sinistra non si trova.
Il subcomandante Fausto racconta la sua educazione sentimentale, partita dall’esperienza vissuta con le operaie tessili e terminata come lui stesso ebbe modo di riconoscere “nel peggiore dei modi” con la sconfitta dell’aprile 2008. Ha un ottimo compagno di viaggio in questo peregrinare nella memoria sua e del Paese. Franco Piperno gli ricambia la cortesia e così come Fausto venne all’Unical a discutere criticamente il libro del professore sul Sessantotto, allo stesso modo il professore non si risparmia nell’approccio dialettico. Apprezza la connotazione positiva data dall’autore alla figura dell’operaio, attore consapevole del cambiamento in fabbrica e nella società, non povero o derelitto ribelle per disperazione. E sottolinea soprattutto il coraggio dell’uomo politico Bertinotti, che si è preso la responsabilità delle sue scelte (come quella infelice di diventare presidente della Camera), dimettendosi con onestà difronte alla sconfitta. “Ci sarebbe bisogno di più digiuni di potere da parte di tanti uomini della sinistra” secondo Piperno, il primo modo, uno dei tanti, per cominciare a fare qualcosa di sinistra.
Insomma se bisogna augurarsi che la strada sia lunga, dice Piperno, io mi auguro che si ritorni sulla strada, perché è dalla strada che si impara, non dalle segreterie di partito. L’unica democrazia possibile è quella partecipata, non quella rappresentativa, che ormai ha ampiamente dimostrato tutti i suoi limiti. Ed in questo forse, Fausto conviene quando riconosce che bisogna riconquistare uno spirito di rivolta individuale, in ogni momento e in ogni luogo, e riprendere il conflitto sociale come dimensione dell’agire collettivo.
Difronte a cotanta speme, noi ci permettiamo di sdrammatizzare concludendo con le parole che Jena, alias Riccardo Barenghi, dedica al nuovo libro di Fausto Bertinotti: Il nuovo libro di Bertinotti si intitola “Devi augurarti che la strada sia lunga. Tranquillo, Fausto, sarà lunghissima.

Daniela Ielasi

venerdì 2 ottobre 2009

Il paradosso della realtà: l'Ultima Lacrima di Stefano Benni

Un vortice di luci ed ombre quello che si sussegue leggendo il libro di Stefano Benni L’Ultima Lacrima, un omaggio a tutti quegli aspetti, quelle stravaganze della vita, che paradossalmente nel tempo diventano la normalità. Già il titolo del libro è una promessa, quest’ultima lacrima ricorda, infatti, quella disegnata sui visi dei Clown del circo: loro nati per far ridere affrontano la durezza di una vita da girovaghi, spesso, incompresi e derisi. L’ultima lacrima è quella che avvolge e altera la malinconia della piazza dopo una giornata di mercato in una dimensione che l’Italia, così chiassosa e popolana, va dimenticando. Leggere Benni fa tornare in mente la tecnica descrittiva e la sagacia di Gianni Rodari: piccole storie, racconti dolci o amari come ‘Favole al Telefono’ e, poi, senza preavviso l’aprosdoketon che cambia tutte le carte in gioco e fa rimanere di stucco il lettore. Nel libro in questione, riedito dalla Feltrinelli nel 2009, ci sono due tipi di racconto: quello che costruisce una realtà normale in un contesto paradossale e l’altro tipo che descrive una storia stravagante per un mondo normale. La democrazia si trasforma nella semplice libertà di ‘cambiare canale’ in tv mentre viene trasmessa l’esecuzione capitale di un condannato, così come una libreria fatata diviene una prigione per il disilluso e realista libraio che non sa ascoltare la voce segreta dei libri. Ma cosa è alla fine la normalità? La società attuale con il suo aggrovigliarsi di eventi altro non sembra che la griglia di un confuso cruciverba troppo difficile per rendersi intellegibile, e proprio questi nodi Benni cerca di sciogliere evidenziando prima il bene ed il male, divisi come nelle più classiche delle favole e poi rimescolandoli con un inatteso ribaltamento dei ruoli. Mentre i racconti di Rodari ricordano un mondo genuino regalandoci sorrisi, il realismo di Benni fa talmente riflettere da assordare, confondere e stupire: i suoi racconti sono di una realtà così vera da diventare crudele. Le certezze si perdono e i sogni diventano incubi, eppure la sua non è una scrittura metafisica, è lo spiegamento di piccole storie, la descrizione di alcuni fermo-immagine particolari e colorati, vividi.
L’Ultima Lacrima fa sovvenire una divisione razionale e assoluta del bene e del male, così come esiste nel Visconte dimezzato di Italo Calvino: un racconto nato per divertire, ma che finisce per raccontare quel modo di vivere di tanti per i quali non esistono le mezze misure. Il bianco od il nero, il fash ed il black-out, che comportano uno shock per l’alternarsi improvviso. Il dimezzato rimpatria dalla guerra, ma è solo la sua parte oscura a tornare ai suoi cari! Mentre il Signorotto se ne va per il suo regno facendo il bello o il cattivo tempo, a seconda di quale delle parti si incontri, la lacrima di Benni continua a scendere e a dividere il bene ed il male, mescolandoli talvolta, ma mai confondendoli.
L’Ultima lacrima è un libro per chi volesse mettersi in gioco e riscoprire i paradossi dell’Italia di ieri e di oggi confrontandole e giocando un po’ con le proprie esperienze, probabilmente alla fine ci si scoprirà fragili e davvero un’ultima lacrima scenderà prima che il sipario si chiuda.
Bruna Larosa

lunedì 4 maggio 2009

"Il giorno in più" di Fabio Volo



L’ultimo successo di Fabio Volo, in ordine di tempo, è sicuramente Il giorno in più (Mondadori 2008, pag. 282). Il romanzo racconta la storia di Giacomo, un trentenne intrappolato nella sua routine quotidiana: amici, lavoro e tram tutte le mattine. L’unica cosa che lo fa uscire da questa sua routine è l’incontro che fa ogni mattina sul tram con una ragazza. Di lei non sa nulla, a parte la fermata del tram alla quale scende, ma di cui si innamora giorno dopo giorno.
Un bel giorno è lei, Michela, a prendere l’iniziativa chiedendo semplicemente di andare a prendere un caffé. Giacomo non crede a quello che sta succedendo. Gli sembra di vivere un sogno. Deve però fare i conti con la realtà; Michela infatti dovrà trasferirsi a New York per lavoro. E Giacomo? Pazzo d’amore decide di seguirla. E qui avrà una meravigliosa sorpresa. Anche Michela, innamorata di lui, lo stava aspettando.
Nella Grande Mela i due, avendo alle spalle esperienze e delusioni, decidono di vivere la loro storia come se fosse un gioco. Michela, attraverso la sua fantasia, decide di dare vita ad un fidanzamento a tempo. Un fidanzamento che durerà nove giorni, il tempo della permanenza di Giacomo a New York. La premessa di questa storia sarà quella di viverla giorno per giorno, in cui non bisognerà promettersi nulla di eterno, ma fare semplicemente ciò che si sente. Comunque vada la storia, nel bene e nel male, alla fine dei nove giorni i due si lasceranno. Il gioco sarà però interrotto dall’improvvisa partenza di Giacomo per l’Italia, il giorno prima della fine della loro storia. Ma Giacomo vorrà recuperare quel giorno in più. Tornerà da Michela, la quale lo metterà davanti ad una scelta, dandosi appuntamento a Parigi dove lei si recherà per lavoro. A Parigi si incontreranno, ma non saranno più Michela e Giacomo,ma ci sarà qualcun altro.
A prima vista potrebbe sembrare una solita storia d’amore, dove due si incontrano, si amano e rimarranno insieme per sempre. Beh diciamo che questa storia è un pò diversa dalle altre. Ha sicuramente un lieto fine come ogni romanzo d’amore che si rispetti. Ma è soprattutto il modo in cui la storia viene vissuta che incuriosisce e appassiona il lettore. Una storia d’amore fuori dai soliti schemi, che viene raccontata da Fabio Volo con la sua solita ironia, la sua attualità nei termini, nelle situazioni.

Adelia Pantano

venerdì 3 aprile 2009

Vizi e virtù dell'Italia di oggi secondo Celli


Presentato nell’Aula Magna dell’Università il libro “Le virtù deboli” scritto da Pierluigi Celli, direttore generale presso l’Università LUISS di Roma. Presenti oltre al Rettore dell’Unical, Giovanni Latorre, il giornalista Virgilio Squillace, moderatore della presentazione, il professore Mario Caligiuri e l’imprenditore calabrese Antonio Schiavelli.
Durante la presentazione si sono susseguiti i vari interventi dei partecipanti, che hanno espresso considerazioni favorevoli alle varie tematiche contenute nell’opera.
Il libro, costituito da 29 capitoli, è un insieme di saggi riguardanti i valori e le virtù che oggi nel nostro Paese sono quasi del tutto decadute, secondo lo scrittore.
Infatti come ha affermato il professore Caligiuri “il libro si riferisce alle virtù deboli ma in realtà richiama le virtù forti che mancano alla nostra società”. Sempre lo stesso professore ha letto alcuni passi riguardanti il problema della leadership, delle speranze, e soprattutto dell’elite, della classe dirigente su cui si basa la nostra società, ma dalla quale emerge anche la decadenza dell’Italia.
La parola è toccata poi all’autore. Dopo i ringraziamenti all’Università che lo ha accolto, ha iniziato un digressione sulla sua passione per la scrittura e per i ragazzi, con i quali ama stare “per cercare di non invecchiare troppo”. Celli, infatti, ha scritto questo suo libro dedicandolo ai ragazzi della LUISS, ai quali vuole dare un incoraggiamento per il loro avvenire. “Racconto le virtù per vivere con onore in un mondo che onore non ne ha più” ha affermato Celli. Vuole lasciare ai suoi ragazzi “la speranza per neutralizzare e per alleggerire l’avvenire”.
Celli, che ha avuto un grande passato nelle più importanti aziende italiane (Enel, Olivetti, Omnitel etc.), punta il dito soprattutto con la falsa meritocrazia che vige nel nostro Paese. Una meritocrazia che non si conosce bene e che viene usata male, in una società dove “le regole del gioco non sono le stesse per tutte”. Problemi questi che Celli affronta da molti anni ma che “mai nessuno ha avuto il coraggio di affrontare” e che emergono solo ora che si vive in un momento di crisi così delicato. L’autore ha concluso il suo intervento affermando che si può uscire dalla crisi “ facendo riferimento a valori diversi rispetto a quelli con cui ci siamo entrati”.

Adelia Pantano

martedì 3 marzo 2009

Questione meridionale, due libri a confronto



Carlo Levi scrive ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ scritto tra dicembre 1943 e luglio 1944 nella critica transizione tra il Fascismo e la libertà descrivendo per la prima volta la reale situazione del Sud Italia. È il libro che apre gli occhi sulla realtà che oggi ha il pesante nome di Questione Meridionale e che da tempo ormai si trascina. La politica, la società stessa, le organizzazioni illegali che proliferano fanno del Sud una desolante terra di nessuno, mentre ci si aspetta tanto dall’alto e l’alto dà troppo o troppo poco, vincolandosi a criteri che attecchirebbero forse meglio in un tessuto sociale diverso.
Il problema del Sud è stato giustificato attraverso dei limiti geografici: la distanza dai sviluppati confini europei, che tanta parte hanno avuto nello sviluppo del Nord, la morfologia di questa terra dai paesaggi aspri e scoscesi avvolti dal Mediterraneo, rappresentano piccole oasi ma al tempo stesso grandi problemi nello sviluppare le vie di comunicazione. Il Sud Italia è così un territorio che cambia repentinamente, passando dalle spiagge ai monti cullati da un clima piacevole.
Carlo Levi propone una visione reale delle cose, la sua è più che altro un’analisi politica della questione. Riflette sul fatto che il Meridione è percepito come un problema, ma che questo problema è ormai un radicato pregiudizio delle classi politiche, che non ascoltano più, fingono magari di ascoltare, ma non riescono ad andare oltre ciò che ‘sanno’. Così l’autore prende a descrivere e a parlare di ciò che lui ha visto qui, nella nostra terra, descrivendo a chi ha gli occhi velati e a chi è preda dei preconcetti ciò che di reale e di finto ci sia. Si apre per il lettore uno spaccato amaro della realtà meridionale di un progresso che non si trasforma in sviluppo. Il Meridione subisce nel bene e nel male tutto ciò che dall’alto gli viene destinato, i contadini sono troppo poveri, troppo illetterati e troppo abbandonati per sapere e per curarsi della politica e della società.
Uno studioso, Banfield a circa 15 anni di distanza da Levi osserva il Sud, e al termine delle sue ricerche definisce l’uomo-tipo come un Familista Amorale. Espressione, questa che provoca una immediata riflessione poiché sembra una contraddizione in termini: la famiglia, il valore per eccellenza, viene associata al termine ‘amorale’. Banfield terminata la sua ricerca otterrà una definizione, un concetto principe dei suoi studi: ‘è familista amorale colui che massimizza il benessere immediato suo e della famiglia nucleare supponendo che tutti gli altri facciano nello stesso modo’. La Questione Meridionale, sarebbe, quindi un virus che parte dai singoli, dilaga nella collettività rendendo difficili i contatti addirittura tra collaterali o vicini di casa. Il territorio aspro dalla controversa e difficile storia condisce le emozioni e le sensazioni di italiani identici a quelli che vivono nel resto della Nazione, ma che portano il marchio di essere nati laggiù, al Sud.
Interessante l’approccio alla politica e allo Stato, infatti, se le descrizioni di Levi o di Banfield possono sembrare lontane (le condizioni sono migliorate fin nell’entroterra) alcuni caratteri permangono impenetrabili nascondendosi nelle maglie di una velata legalità. La sfiducia nella politica, istituzione assente e comunque vincolante. Lo Stato che è lontano, di contro alla realtà malavitosa che è sempre più vicina e sa meglio muoversi nell’ambiente. Il singolo che tenta di sfruttare al meglio ogni sua piccola occasione realizzandosi nell’immediato e creando alleanze ‘sotterranee’. La politica e lo Stato appaiono così privi di senso e di significato, una istituzione fatta di persone che ‘guadagnano’ ma non agiscono, forse, non sanno come agire, ‘forse sanno agire solo nel proprio interesse’.
Banfield e Levi sottolineano la paura della morte come un aspetto caratterizzante della società contadina meridionale, come la pretesa dell’ineluttabilità che le decisioni vengano poste dall’alto. Se il libro di Carlo Levi serve a far riflettere e ad offrire uno spaccato reale del Sud, il libro di Banfield non ha una calorosa accoglienza in Italia, mentre in America rappresenta un piccolo classico di Sociologia.

Bruna Larosa

venerdì 29 agosto 2008

Come sfatare i luoghi comuni: Nessun Luogo è Lontano

E' con lo stesso animo con cui abbiamo letto il famosissimo ed appassionante viaggio del Gabbiano Jonathan Livingston che si deve leggere 'Nessun Luogo è Lontano'. Anche questo libro, scritto anch'esso da Richard Bach, presenta un racconto che è un viaggio ed un percorso: mentre ci si allontana 'fisicamente' da casa ci si avvicina al sè più intimo e vero. Un viaggio che possiamo definire circolare: si parte per arrivare, ma ci si rende conto che per essere accanto a chi si ama non bisogna certo partire, anzi, si è sempre presenti! In questo contesto parlare di distanze non ha senso quando c'è un sentimento vero come l'amicizia a farsi largo nel nostro cuore.
La struttura stessa della narrazione (poche parole perse in una marea di disegni e di acquarelli fantastici) fa ricordare i libri per l'infanzia e forse proprio questa apparente genuinità ci fa avvicinare al racconto senza difese e magari addirittura scettici e superficiali... La semplicità è, invece, il punto forte del libro: una linearità disarmante e affascinante, che non si trova diffusamente nella narrativa 'per adulti'... Le illustrazioni, poi, ci hanno abbandonato alla quinta elementare... e forse proprio per questo sortiscono il loro effetto!!
Protagonisti sono anche in questo caso gli animali, per lo più volatili ed effettivamente il volo ha esercitato e continua ad esercitare un grande fascino nella fantasia dell'uomo. Questo viaggio si snoda con accompagnatori sempre diversi: silenziosi perchè capaci di ascoltare e dalle parole calde ed efficaci. 'Nessun luogo è lontano' si legge d'un fiato nonostante sia un libro dolce dal ritmo pacato, la curiosità di 'vedere cosa si scoprirà alla fine' è tanta.
Da consigliare e magari regalare ad un amico lontano perchè capisca che si può sempre contare su di noi.
Bruna Larosa

martedì 8 aprile 2008

Non bisogna rassegnarsi agli "Impuniti": all'Unical la lezione del libro di Caporale


È stato presentato al Dam il libro “Impuniti. Storie di un sistema incapace, sprecone e felice” di Antonello Caporale; presenti l'autore, giornalista di Repubblica, Daniela Ielasi, direttrice del settimanale universitario Fatti al cubo, i due giornalisti Massimo Clausi (Il Quotidiano) ed Eugenio Furia (Calabria Ora), Domenico Cersosimo, docente UniCal e, da qualche tempo, vice-presidente della giunta regionale della Calabria.
Introduce e canalizza il dibattito Daniela Ielasi, che fornisce una prima lucida ricostruzione dei contenuti del libro: Impuniti è un viaggio nel malcostume tutto, o in gran parte, italiano di cui sembra esser protagonista indiscussa la classe politico-amministrativa ed imprenditoriale di questo Paese; un Paese in cui le risorse pubbliche vengono continuamente drenate e dirottate su progetti molto spesso illeciti e quasi sempre incapaci di produrre benefici concreti per le comunità locali.
È l'Italia sprecona, truffaldina, in cui ingenti risorse pensate per lo sviluppo dei territori assumono la forma di desolanti capannoni semi-costruiti e mai portati a termine, di depuratori volutamente mal funzionanti, o non funzionanti del tutto, di ponti e strade che forse non verranno mai solcati dai cittadini.
In questo l'Italia è compatta, non esistono differenze Nord/Sud, tutti competenti a truffare, chi più chi meno e al danno, per i cittadini, si somma la beffa, poiché molti di questi illusionisti restano impuniti; l'impunità viene favorita dalla difficoltà per la collettività di esercitare un'opera di controllo efficace, qualora gli organi invece appositamente preposti al controllo chiudono un occhio, o anche tutti e due.
È da questa consapevolezza che emerge con forza la proposta, ribadita da Ielasi e anche da Cersosimo, di una società civile che maturi e acquisti un senso civico e una consapevolezza tali da esprimere una politica altra e alta.
Economica, ma non meno appassionante ed appassionata, la lettura di Cersosimo, che spiega come in astratto non sia un male destinare fondi, anche consistenti, per la realizzazione di un progetto, purché ovviamente lo stesso venga effettivamente realizzato; le truffe alla Legge 488 – strumento attraverso cui il Ministero delle attività produttive distribuisce alle aziende italiane la gran parte degli aiuti statali a fondo perduto ed a tasso agevolato – ai fondi UE e in generale alle risorse pubbliche sono causate dal metodo stesso con cui vengono elaborati e selezionati i progetti considerati meritevoli di finanziamento. La prassi è quasi sempre la stessa, si parte dai fondi che si hanno a disposizione e si creano, spesso dal nulla, i bisogni da soddisfare con quei fondi. Quel che spesso accade è che questi bisogni artificialmente creati non corrispondono ai bisogni che concretamente vengono vissuti come tali dalla società, è per questo – sostiene Cersosimo – che le comunità locali dovrebbero autodeterminare i loro bisogni e, partendo da questi, ribaltando completamente il metodo, destinare risorse a progetti che coprano quei bisogni.
Schietto infine l'intervento di Caporale che racconta del suo viaggio lungo lo stivale, alle prese con un compito arduo, sotto il profilo editoriale (“La casta” di Rizzo-Stella era già uscito e il meritato successo dello stesso rischiava di offuscare la sua fatica) e anche sotto quello più propriamente procedurale (oggettivamente complicato scovare le piccole/grandi “magagne” del Bel Paese).
Col suo libro Caporale cerca di spiegare, attraverso la sua inchiesta ed i casi presi in esami, non solo quanto si spreca ma anche perché si spreca, spesso nel modo più spudorato possibile. “Lo spreco c'è perché l’entità delle cifre disponibili nelle casse dello Stato è elevata e l’immensa massa monetaria destinata agli investimenti copre il bene e il male che in essi si annida. Non tutti gli investimenti sono produttivi, non tutti sono ragionevoli.
Tutti, o quasi, sono però finanziati. Quando i cittadini sono ridotti a clientes, la leva finanziaria diviene il sostituto funzionale dell’apparato dei partiti oramai scomparsi. I soldi intercettano gruppi sociali; i soldi – anche attraverso gli investimenti bislacchi e improduttivi - alimentano la rete dei sostenitori, promuovono carriere, segnano fortune politiche. Non è prevista, e nemmeno richiesta, la resa del conto: ecco quel che ho speso, ecco come l’ho speso, ecco i risultati ottenuti”.
Dobbiamo rassegnarci a vivere in un sistema siffatto? No, ci sono molti strumenti che consentono di migliorarlo, primo fra questi, come dimostrano le inchieste giornalistiche di successo come questa, la formazione di un'opinione pubblica informata, critica ed indipendente, missione che, come precisa Ielasi, Fatti al cubo cerca di assolvere nel nostro piccolo mondo universitario.

Paola Staffa

venerdì 14 marzo 2008

Fata Morgana, presentato il terzo numero della rivista

Presso la sala stampa dell’Aula Magna si è tenuta la presentazione del numero 3 della rivista “Fata Morgana”, nata per iniziativa di un gruppo di docenti, critici e studiosi del Corso di laurea in DAMS dell’Università della Calabria. All’incontro, moderato da Roberto De Gaetano, hanno partecipato Felice Cimatti, Daniele Gambarara e Silvia Vizzardelli, che hanno affrontato il tema della “Trasparenza”, a cui è dedicato l’intero numero.
Nel nuovo numero della rivista compaiono una serie di saggi sull’argomento, tra cui: “Cinema e vetro” di Marcello Walter Bruno, “Immagini e interfacce” di Vincenzo Cuomo, ma la conversazione con il regista Jean-Louis Comolli, a cura di Bruno Roberti, è una chiave di lettura privilegiata per cogliere il senso della trasparenza nel cinema.
Dalla conversazione emerge l’idea che un’inquadratura è intesa anche come “nascondiglio”, un entrare e uscire, il confronto tra il ruolo del visibile e del non-visibile, elementi riconducibili alla pratica cinematografica del “fuori campo”, sempre soggetto a continue trasformazioni; ma il ruolo cinematografico del non-visibile è più importante del visibile, perché il cinema, a differenza della fotografia è sempre soggetto a trasformazioni, in quanto tutto ciò che viene proiettato si muove e può entrare ed uscire dall’inquadratura, diventando così visibile e invisibile, non misterioso, bensì trasparente. Si tratta, quindi, di un’ambiguità strutturale: le pulsioni scopiche e uditive appartengono all’uomo da sempre, ma attraverso le nuove tecnologie, esse vengono rimpiazzate con i cosiddetti dispositivi che offrono l’opportunità di perdere il contatto con la realtà e ci danno la possibilità di sentire ciò che non avremmo mai potuto sentire e di vedere oltre il visibile.
Quindi, il cinema, a differenza di altri modi di rappresentazioni, è sempre innovativo, perché si articola e si trasforma ogni qual volta ce ne sia bisogno, e l’inquadratura cinematografica è ben diversa da quella pittorica per il semplice fatto che il movimento agisce e non resta immutato: esso riformula e sviluppa il cosiddetto “campo generale della visibilità” rapportato ad un fattore di “invisibilità” creando così una suspense, un’attesa che qualcosa cambi e che si crei il passaggio dall’invisibile al visibile.
La metafora della Trasparenza ha a che fare con l’Esperienza, e insieme giocano un ruolo importante, in quanto noi stessi facciamo esperienza del fatto che “si fa esperienza”: il cinema è un artificio e l’Esperienza diventa Ideologia quando “quel vedere” finge di essere in una realtà chiusa.
Scirchio Francesca