giovedì 15 dicembre 2016

Le sorelle Macaluso, foto straziante di famiglia in cui morti e vivi coesistono


Mercoledì quattordici dicembre il Teatro Auditorium Unical era impregnato d’attesa per Emma Dante e Le sorelle Macaluso. Dal buio, danzante, gettata verso il proscenio, una donna avanza verso di noi. Sarà raggiuta poco dopo dalle sorelle. Una battaglia di pupi siciliani. Sul proscenio, come un resto abbandonato, unico elemento scenografico, gli scudi e le spade della tradizione. Gli abiti neri delle Macaluso ci fanno sentire quell’immortale senso di nostalgia luttuosa, tonalità emotiva ricorrente in molte storie popolari del sud. Poi si spogliano e sotto il nero gli abiti colorati rivelano le differenze. Come uno stormo indisciplinato le sorelle ridono, ricordano, battibeccano, qualcuna era la preferita “du papà” perché gli cantava le canzoni. Una gita al mare era la felicità. La povertà economica non sporcò mai la gioia delle bambine Macaluso, liete come uccelli leopardiani; la pasta al forno, con una sola melanzana tagliata a fettine sottili, diviene il simbolo di un’infanzia priva di peccato originale.

Uno snodo drammaturgico importante è quando Katia (Leonarda Saffi), dal cuore pugliese e pieno di ombre, viene accusata dalle altre sorelle di essere responsabile della morte di Antonella (Elena Borgogni). La lite con il padre (Sandro Maria Campagna), giovane quanto le figlie, segnerà un passaggio fondamentale: darà al personaggio la possibilità di svestirsi del suo ruolo genitoriale, e di mostrarsi nella sua fragilità di uomo umile, vessato dal destino e incapace di andare avanti senza sua moglie (Stephanie Taillandier). La madre è l’unica ad usare l’italiano ufficiale, con una lieve inflessione francese. A lei spetta il ruolo di unire le figlie che parlano diversi dialetti. Moglie e madre, punto di capitone attorno al quale la famiglia si stringe e le diversità si assottigliano. Dopo aver ricordato alle figlie come ci si deve comportare, si stringe in una danza amplesso col marito eternamente picciotto.
In evidenza l’ambizione di Gina (Italia Carroccio) e il suo desiderio frustrato. La carriera calcistica di suo figlio (Davide Celona) nato con una malformazione al cuore. Il ragazzo ha i piedi buoni e sogna Maradona, ma non resisterà ai duri allenamenti.  Finirà sullo sfondo con gli altri morti di famiglia. Cetty interpretata da Marcella Colaianni più silenziosamente osserverà questo spaccato famigliare, insieme a Pinuccia (Daniela Macaluso) sempre attenta alla sorella più fragile, Lia (Serena Barone). Infine Maria, di quarantadue anni, che da sempre si sveglia alle sei del mattino per preparare il caffè per tutte, e poi recarsi in ospedale, dove lavora come donna delle pulizie. Ogni tanto, quando ha un po’ di tempo, Maria si ferma a guardare le ballerine che studiano nell’istituto di danza di fronte casa. Avrebbe voluto danzare. Ora incitata dalle sorelle finalmente può farlo, ma al prezzo di sparire anch’essa nello sfondo nero, dal quale tutto era iniziato.
Si chiude così, dopo appena un’ora, questo piccolo gioiello spettacolare. Un susseguirsi di momenti emozionali sorretti dal virtuosismo tecnico dei performer. La scrittura di scena di Emma Dante è delicata e   leggera come i corpi dei suoi performer nello spazio vuoto. Con i soli corpi degli attori e i pochi oggetti di scena, la regista siciliana riesce a far scorrere davanti ai nostri occhi una lunga serie di immagini. Quello che vediamo in scena è pura memoria, non racconto, ma traccia istantanea in cui morti e vivi coesistono, bassezze umane e bellezza danzano, dipingendo quel quadro straziante di memoria famigliare che è Le Sorelle Macaluso.

Gianbattista Picerno

(foto Pietro Scarcello)

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