martedì 15 giugno 2010

Le donne di Fabbricatore, colorate e creative


Si è chiusa il 10 giugno presso i locali del Dam, al Polifunzionale, la mostra “Komadori” di Luigi Fabbricatore, artista, scrittore e poeta italo-svizzero, nella cui opera immagini, testi e musica lavorano di concerto, creando una suggestiva miscellanea.
L’ inaugurazione ha visto la partecipazione della scrittrice Nadia Gambilongo, ed ha rappresentato l’ occasione per avvicinare i presenti all’ arte di Fabbricatore, presentandone parte delle influenze, del bagaglio culturale e del vissuto che hanno reso possibile la nascita di “Komadori”.
Nelle opere che si possono ammirare al Dam, i colori ben calibrati degli acquarelli o delle matite acquerellabili, con cui l’ artista riesce spesso ad ottenere una non semplice uniformità, delineano e valorizzano i “ri-tratti” di donne note o meno note: famigliari, cantanti, scrittici, tra le altre, colte nel vivo di un’ espressione, come nei variopinti ritratti, o nella fissità e nel bianco e nero delle “Donne di carta”, riprodotte o trasportate dall’ universo del fumetto a contesti urbani e attuali, fotografati dall’ artista stesso.
Ci si tuffa così nell’Oriente spesso evocato, o più specificamente nel Giappone, presente fin dal titolo (che rimanda al pettirosso), ma anche nelle donne nipponiche rappresentate, nell’ equilibrio che le tinte mantengono pur diventando a volte decise, nella citazione e rielaborazione di uno Shunga di Kitagawa Utamaro, “Utamakura” (il canto del guanciale), o negli scenari fatti di fiori di ciliegio o di elementi naturali che ne presentano la tipica grazia.
Non solo Giappone: assistiamo, infatti, alla contaminazione tra realtà diverse: nord e sud, compresenti nelle origini dell’ artista stesso e nella sua fascinazione verso il meticciato, Oriente e Occidente, bianco e nero. Il bianco non già della carta, prediletta invece nella versione porosa e nel suo colore naturale, non ancora alterato, ma quello di un volto o di uno sfondo su cui spicca una figura femminile, e il nero della Dea Madre, delle statuine di culto a lei dedicate, delle Veneri e Madonne venerate in tutto il mondo.
“L’ idea è nata dalla lettura di Dark Mother”, ci ha spiegato l’ artista, “e dalla scoperta o conoscenza del lavoro di alcune pittrici come Leonor Fini, Remedios Varo, Jean Pellet e Rosalba Carriera, ma si è sviluppata come un work in progress: le mie produzioni, infatti, crescono e si rinnovano continuamente grazie agli stimoli che via via si presentano”.
L’ adattamento all’ edizione italiana di “Dark Mother” è stato curato da Nadia Gambilongo stessa, che ha deciso di tradurre il titolo in “La madre o-scura”, proprio per lasciare inalterato il significato che rimanda al colore nero, colore troppo spesso scomodo e bistrattato, come dimostrano i tentativi di sbiancamento operati su questo tipo di manifestazioni artistiche e religiose.
Fabbricatore ci accompagna tra gli africani primordiali, i Canaaniti, civiltà dalla straordinaria capacità creativa e ricca di conoscenze (come la scrittura), che basava la sua esistenza, scandita dal ciclo lunare, su valori quali la Giustizia e la Compassione e sul culto, appunto, della dea Madre.
Una Dea Madre che è la Terra stessa con la sua fertilità, e che è l’ eterno femminino sacro, venerata da questa civiltà fortemente caratterizzata, come si può immaginare, da un matriarcato progressivamente surclassato e distrutto dai Cargani, meglio conosciuti come Ariani, il cui retaggio ingiustificatamente maschilista e ingiustamente denigratore della parte “nera” del mondo è ancora oggi difficile da sradicare.
Ma Fabbricatore non vuole partecipare a questo oblio, spesso ravvisabile, e a questa forma mentis, e continua la sua narrazione per mezzo dei volti delle donne africane e delle donne in generale, con un’ allusione alla fertilità attraverso l’ accostamento, a volte, di frutti (come il melograno con il suo riferimento sacrale), gesto che rappresenta anche una sorta di riscossa, di “ripicca” a favore di questi soggetti che, inspiegabilmente, da sempre vengono considerati e denominati “nature morte”.
Quello di Fabbricatore, inoltre, è un lavoro di sperimentazione e ritorno alla natura, alla semplicità: “L’ arte attuale sta diventando iper-tecnologica”, ci ha detto, “e le immagini sono sempre più spesso caratterizzate da una digitalizzazione superflua; il mio, invece, è un adattare le idee a ciò che offre madre terra e anche per questo scelgo ormai di utilizzare matite acquerellabili o acquarelli”.
“Komadori” ha così rappresentato, per Fabbricatore, un “ritorno a casa e alle origini” e per lo spettatore una piacevole scoperta, una sorta di sprofondare nel nostro vero essere atavico.
Finale caratterizzato dalle “canzoni” di “Komadori”, interpretate dal vivo da Fabbricatore, per chiudere, in versi e note, il viaggio iniziato.

Zaira Bartucca

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