giovedì 21 giugno 2012

Gestione privata delle residenze Unical, dura presa di posizione da parte dei sindacati



Lo scorso 4 giugno il Consiglio d'Amministrazione dell'Unica ha approvato l'affidamento a privati della gestione delle nuove residenze del Campus. Se ne parlava da tempo, il nostro giornale ha dedicato ampie pagine alla questione fortemente dibattuta fra i vertici dell'ateneo. Alla fine, come sempre, è prevalsa la linea del rettore Latorre che, lo ricordiamo, è in scadenza di mandato. Come fa questo rettore a prendersi una responsabilità del genere, quando le conseguenze ricadranno non su di lui ma su chi gli succederà fra meno di un anno?
Riceviamo e pubblichiamo in proposito un comunicato stampa congiunto dei sindacati.
Le Organizzazioni Sindacali, CGIL, CISL, UIL, CISAL, dell’Università della Calabria manifestano preoccupazioni e sospetti riguardo alla decisione del Consiglio di Amministrazione del 4 giugno.
La cessione della gestione dei servizi residenziali ai privati rappresenta un attacco ai valori fondativi dell’Ateneo. Sin dalla nascita della nostra Università, particolare attenzione è stata posta sul valore della residenzialità e sui servizi ad essa legati. Su queste peculiarità si è sviluppata l’idea di un Campus, che contenesse, nel suo perimetro, sia strutture didattiche e di ricerca sia strutture residenziali.
Proprio per questo motivo, solo all’Università della Calabria è riconosciuta la particolarità di poter attingere a finanziamenti destinati ai servizi residenziali, di cui altri Atenei non possono godere, in quanto non gestori diretti del diritto allo studio, che è, invece, di competenza delle Regioni.
Oltre a ciò, proprio per rafforzare l’idea del Campus, sono state investite risorse pubbliche e risorse proprie per realizzare strutture adeguate ad ospitare non solo la popolazione studentesca ma anche docenti, dottorandi e studenti stranieri.
La decisione assunta in Consiglio di Amministrazione preoccupa e pone una serie di interrogativi: si vuole snaturare il principio di residenzialità contenuto nello Statuto? può un Consiglio di Amministrazione in regime di prorogatio, con i limiti imposti dalla normativa, con una composizione non nella piena consistenza (8 presenti su 13), assumere una decisione di svolta di questo genere? Perché non si è aperta una discussione pubblica su questa vicenda? Il personale che è preposto ai servizi residenziali a cosa verrà destinato?
I sospetti sono tanti: perché tanta fretta? Le nuove residenze verranno messe sul mercato tutte insieme anche se solo una verrà consegnata in tempi brevi. Perché mettere a disposizione dei privati le nuove residenze che non hanno bisogno di manutenzione invece delle vecchie? È politicamente corretto raggiungere la maggioranza necessaria (cinque voti per 8 presenti), su un argomento così controverso, con il voto stesso del Rettore e quello, a questo punto, determinante di uno studente?
Per i motivi sopra evidenziati, le OO.SS. di Ateneo chiedono al Rettore di bloccare la delibera e di convocare, entro 10 giorni, un’assemblea di Ateneo per discutere su tutte le prospettive legate alla residenzialità e su tutte le criticità che stanno emergendo a seguito dell’applicazione della legge 240/2010
Le OO.SS., in attesa di risposte, proclamano lo stato di agitazione del personale tecnico amministrativo
Rende 21.06.2012 - Le segreterie FLC-CGIL – CISL – UIL RUA, CISAL

venerdì 8 giugno 2012

Elogio della radicalità


Arriverà anche all’Unical, precisamente il 19 giugno alle 17.30 nella Sala Teatro del D.A.M. (Polifunzionale), una tappa del nutrito tour di presentazione che sta accompagnando l’ultima fatica letteraria del noto storico italiano, Piero Bevilaqua. Ordinario di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, Bevilacqua ha fondato e diretto la rivista “Meridiana” e ha pubblicato, tra gli altri, “Venezia e le acque” e “La mucca è savia”, “Ragioni storiche della crisi alimentare europea”.  “Elogio della radicalità” è un saggio che si propone come una riflessione per molti aspetti spiazzante sulle cause profonde della crisi, specchio degli effetti sull’ambiente, i paesaggi e le risorse naturali di scelte politiche ed economiche. È stato Marx a dare alla parola “radicale” il significato che ora si presenta a noi in tutta la sua potente attualità. «Per incredibile che possa apparire - spiega Bevilacqua - viviamo una fase nella quale, nonostante l’ immenso patrimonio di conoscenze di cui disponiamo, stiamo soffocando sotto la coltre di un occultamento totalitario della nostra umana radice. Viviamo secondo una 
teologia dell’andare avanti, senza cambiare percorso». L’autore   nel testo ribalta e ridisegna, provocatoriamente, il termine ‘radicale’, che indica invece uno sguardo approfondito, che porta a svelare i meccanismi alla base dei processi materiali, che aiuta gli uomini a scoprire ed individuare i beni comuni, necessari per la vita della società e per il benessere della collettività. 
Urge allora un pensiero radicale, che non significa estremista. Estremisti, scrive, sono semmai oggi i difensori dell’ordine esistente. E invece: radicalità di pensiero,  per affondare lo sguardo sotto la superficie/apparenza dei processi in atto e per “aprire la via a un diverso rapporto degli uomini con la natura che metta fine all’età del saccheggio; a nuove relazioni solidali fra gli uomi; a una più equa ripartizione del benessere; a forme egualitarie  di partecipazione al govverno della cosa pubblica”. Contro un capitalismo che oggi esercita sia dominio che egemonia. 
E se fossero proprio i radicali, a dispetto dell’etichetta che li inchioda, i fautori di una vita individuale e collettiva più sobria, più misurata, più moderata? E i moderati, invece, i sostenitori di un ordine economico e sociale votato alla competizione, all’eccesso, all’estremismo? È il doppio quesito che corre lungo le centosettanta pagine del libro  di Bevilacqua.

lunedì 28 maggio 2012

Direttori di dipartimento. Gli eletti.

Si è completata la rosa dei Direttori di dipartimento, eletti in virtù del nuovo Statuto dell'Unical. Quattordici nomi per altrettanti dipartimenti:
Biologia (Dibest): è Gino Mirocle Crisci, ex presidete di Scienze, unico candidato per l Dipartimento di Bilogia, Ecologia e Scienze della Terra, ha ottenuto 51 preferenze su 66 votanti.
Farmacia: elezione difficile per l'unico candiato, Sebastiano Andò, preside uscente, che preso solo 45 voti su 59 votanti. Quattordici suoi colleghi (il 24%) hanno votato scheda bianca in segno di protesta verso un assetto di potere che si perpetra ormai da vent'anni, cioè da quando Farmacia è nata.
Fisica: unica new entry fra i Direttori è Riccardo Barbieri, che ha ottenuto 38 preferenze su 46 votanti (gli aventi diritto erano 56). Sette schede bianche e una nulla sono la timida traccia lasciata da chi non ha gradito che una sana competizione elettorale finisse ancora prima di cominciare. L'altro candidato a direttore di Fisica, Francesco Carbone, ha ceduto il passo al collega alla vigilia del voto, lasciando senza alternativa una parte del Dipartimento.
Ingegneria civile: l'ex preside di Ingegneria Paolo Veltri, passa per meno di un pugno di voti. 26 preferenze su 51 aventi diritto. L'avversario, Domenico Bruno, direttore uscente di Strutture, si è fermato a quota 18 preferenze.
Matematica e Informatica: eletto con 40 preferenze su 43 votanti e 51 aventi diritto, Nicola Leone anche delegato del Rettore alla didattica.
Modellistica (Dimsi): nessuna sorpresa per questo Dipartimento, dove l'unico candidato era l'uscente Sergio Greco, che ha ottenuto 52 preferenze su 54 voti espressi.
Scienze aziendali e giuridiche: l'unica donna candidata in tutto l'ateneo, Rosa Adamo, non è stata premiata alle urne. Ha vinto invece il preside uscente di Economia Francesco Rubino con 44 preferenze su 50 votanti. Ora il direttore dovrà scegliere fra il suo impegno poltico nell'amministrazione comunale rendese e la direzione del dipartimento. Il nuovo Statuto infatti, come voleva la legge Gelmini, ha fatto sua la regola che il direttore di dipartimento scelga l'opzione 'tempo pieno' per svolgere il suo incarico, opzione inconciliabile con l'impegno amministrativo.
Scienze dell'educazione: risultato 'bulgaro' per il Dipartimento di Lingue e Scienze dell'Educazione, dove l candidato unico Franco Altimari incassa 46 voti su 46 votanti (gli aventi diritto erano 50). 
Scienze politiche e sociali: Pietro Fantozzi, direttore uscente del vecchio dipartimento di Sociologia, era l'unico candidato in lizza e ha preso 53 voti su 69 aventi diritto (i votanti sono stati 60). 
Studi umanistici: 110 voti per Raffaele Perrelli, preside uscente della facoltà di Lettere Filosofia e candidato unico del nuovo dipartimento di Studi Umanistici, solo due schede bianche sui 112 votanti e 119 aventi diritto. Simpatico il discorso del decano Trumper alla proclamazione dell'eletto, che ha ssancito la morte della facoltà e la nascita del dipartimento. Il 110 per il 'nuovo' direttore sarà di buon auspicio per la corsa al rettorato?
Chimica e Tecnologie chimiche: elezione al secondo turno per Giovanni Sindoma, che vince con  35 preferenze su 44 votanti. L'avversario, Gabriele Bartolo, si era ritirato dopo il primo turno.
Ingegneria Meccanica, energetica e gestionale: vittoria schiacciante al secondo turno per Sergio Bova, con 43 preferenze su 44 votanti, contro una sola espressa per l'avversario Leonardo Pagnotta. Al primo turno Pagnotta si era piazzato meglio, con 19 preferenze.
Ingegneria per l'Ambiente e il Territorio e Ingegneria Chimica: 31 le preferenze che portano alla vittoria il candidato unico Girolamo Giordano, anche lui eletto al secondo turno dopo un primo turno impietoso: 11 astenuti, 14 schede bianche, una nulla. L'elezione in seconda battuta ha mantenuto lo stesso numero di astenuti, tradendo un malcontento, nato per il "tradimento" al fondatore del Dipartimento, Pasquale Versace. I chimici infatti, hanno deciso di candidare Giordano e in risposta, Versace, non solo non si è candidato né al primo né al secondo turno, ma ha inviato una lettera ai colleghi annunciando l'intenzione di cambiare dipartimento.
Scienze Economiche, statistiche e finanziare: al terzo turno tutti e tre i candidati, Giovanni Anania, Agostino Tarsitano e Ivar Massabò. Vince Massabò con 22 preferenze su 49 votanti e 52 aventi diritto, contro i 17 voti per Anania e 9 per Tarsitano.

martedì 8 maggio 2012

Al DAM dell'Unical va in scena la dignità del lavoro


Martedì 8 Maggio alle ore 20,45 il Dipartimento Autogestito Multimediale (DAM) dell’Università della Calabria e l’Associazione Entropia saranno lieti di ospitare e proporre a un pubblico che, a giudicare dalle richieste di prenotazione pervenute, già si presenta piuttosto entusiasta e numeroso, lo spettacolo teatrale di Francesco Suriano, PERCHÉ IL CANE SI MANGIA LE OSSA, una produzione Teatri del Sud e Teatro della Ginestra, in collaborazione con Mediterranea Teatro Le Nozze.
Lo spettacolo, si legge nelle note di regia: «è basato su due viaggi, quello del desiderio di essere accettati come cittadini e lavoratori e il viaggio interiore, la ricerca di un possibile ruolo in questa società labirintica» e nasce dall’incontro fra lo stesso autore e regista e Carlo Marrapodi, raffinato interprete teatrale ed ex operaio metalmeccanico, nei tristemente noti stabilimenti torinesi della Thyssen Krupp. Incontro grazie al quale Suriano ha l’opportunità di «scoprire l’ormai rara coscienza politica e il desiderio di combattere - forse donchisciottescamente - il disinteresse da parte della nostra società nei confronti del lavoro e nei confronti della dignità dell’operaio».
La piéce, che, oltre a Marrapodi, vede la presenza sulla scena dell’attrice cosentina Emilia Brandi, e si avvale dello straordinario commento sonoro di Canio Loguercio,  e che ha già ricevuto importanti riconoscimenti a livello nazionale, venendo ospitata in festival e rassegne di grande pregio, sarà preceduta, nello stesso pomeriggio di martedì – a partire dalle ore 18,30 - da un dibattito pubblico, intitolato «… perché la carne se la mangia il padrone» ; durante il quale Suriano e Marrapodi, si confronteranno con il sindacalista Delio Di Blasi e con l’ex operaio della Marlane Marzotto di Praia, Luigi Pacchiano - coautore del volume «Marlane, la fabbrica dei veleni» - intorno agli spinosi, e ahinoi sempre più attuali, temi della sicurezza sul lavoro, dei diritti dei lavoratori e della coscienza collettiva della società civile.
Il Dam Entropia Uni.Cal. si lancia nella sfida di proporre un teatro di qualità, in uno spazio atipico, che si sgancia dalle logiche di mercato e racconta le storie della vita, sforzandosi di superare gli steccati e le barriere dell’ideologia e della convenzione artistica, e cercando d’indagare il senso più vero del vivere in comune, restituendo dignità e coscienza a chi vaga senza una rotta.

giovedì 26 aprile 2012

Unical 2020: il resoconto dell'incontro di aprile


Anche ad aprile il gruppo di docenti, presidi di facoltà e presidenti di corsi di laurea, costituitisi idealmente nel gruppo di lavoro dal nome futuristico “Unical Duemilaventi”, si è riunito per discutere di metodi, problematiche e punti oscuri del nuovo statuto dell’Unical, di recente approvazione. Presenti al tavolo dei relatori, nella sala stampa dell’Aula Magna il 19 aprile scorso, Raffaele Perrelli, Antonello Costabile e Annamaria Vitale, con degli interventi in risposta alla relazione introduttiva di Pierluigi Veltri. Le questioni sollevate non si distaccavano particolarmente da quelle già note all’interesse dei presenti (e non solo al loro), e cioè il numero dei dipartimenti, i membri del Cda e quelli del Senato Accademico. In particolare, stavolta, la discussione si incentrava sul problema della didattica, punto a quanto pare assente dalle regole del nuovo statuto. Quello che non è chiaro è come i nuovi quattordici dipartimenti dovrebbero riuscire a coniugare le attività di ricerca con quelle della didattica, e in base a quali criteri un dipartimento dovrebbe raccogliere al suo interno i diversi corsi di laurea. Il problema maggiore riguarderebbe naturalmente quei corsi di laurea nati per vocazione “inter/multi disciplinari”. Sotto quale dipartimento dovrebbero andare? Non si correrebbe il rischio di avere macro dipartimenti e micro dipartimenti, dove ogni docente tenderà all’autoreferenzialità, senza valutare la possibilità di prestare il proprio servizio anche al di fuori del proprio dipartimento? Queste alcune delle domande poste dai relatori, che trovano risposta in una proposta così sintetizzata da Veltri nella sua relazione: «Si fa sempre più urgente la necessità di accordi quinquennali fra docenti (e ricercatori) di diversi dipartimenti, che vanno a garantire la loro disponibilità all’insegnamento in dipartimenti diversi dal proprio». Altra questione messa in luce, stavolta, da Raffaele Perrelli è quella relativa al rischio di veder costituita la “Federazione delle università calabresi”: «Un rischio da evitare a tutti i costi, pena avere a capo delle decisioni accademiche una figura esclusivamente politica, come l’assessorato alla cultura regionale di turno. È anche per questo che mi vedo contrarissimo alla decisione di togliere potere ai decani. Non dobbiamo dimenticare che non siamo un pugno di burocrati alle prese con le incongruenze di una pratica, ma una comunità di intellettuali». Per Costabile «bisogna ritrovare uno spirito di aggregazione fra docenti e abbandonare la deriva individualistica», considerazione di certo condivisibile, ma che poco risponde al concreto problema della didattica nel nuovo statuto. Annamaria Vitale interviene sostanzialmente per manifestare il proprio spaesamento di fronte alla futura collocazione del Corso di laurea di cui è presidente, ovvero DES (Discipline economiche e sociali), un corso che per materie a ambiti disciplinari si fonda e diverse classi di laurea. Alla luce degli interventi sopracitati, e di quelli avvenuti dopo sull’onda del dibattito, emerge la richiesta perentoria di rivedere il Regolamento didattico di ateneo entro la fine del mese, aggiornato in tutti i suoi aspetti e che tenga conto delle questioni sollevate. 

mercoledì 25 aprile 2012

"U Tingiutu" al Morelli. La recensione di Manolo Muoio


U’ Tingiutu. Un Aiace di Calabria
compagnia Scena Verticale
visto al Teatro Morelli di Cosenza, il 20 aprile 2012.

Il morto che cammina, fuori dal «gregge politico».
di Manolo Muoio*

Racconta Platone nel Politico che ci fu un tempo in cui era la divinità stessa a presiedere, con provvida attenzione, alla vita del cosmo, assicurandone il movimento rotatorio. I demoni pascolavano i viventi come fanno i pastori con gli animali, badando che ognuno avesse il necessario per vivere.  Così «non vi era nulla di selvaggio: i viventi non si divoravano reciprocamente e non vi erano guerre né contese». La terra produceva spontaneamente i suoi frutti, senza bisogno di essere lavorata, si viveva «perlopiù all’aperto perché le stagioni erano miti (…) su morbidi giacigli fatti di erba che la terra faceva germogliare».
Ma se mai davvero ebbe luogo questa età dell’oro,  certo erano già presenti uomini feroci, assetati di sangue e di potere, nascosti nell’ombra ma pronti a venirne fuori per fare razzia dei frutti della terra,  impadronirsene, impacchettarli e istituire un  monopolio. 
Nell’orizzonte della polis (e della legge) uomini sopraffanno e governano altri uomini, secondo i limiti e i vizi che ne contraddistinguono la condizione mortale. Un essere umano – un politico – che regga la vita della comunità, mai potrà eguagliare la sapienza infallibile del pastore celeste. È l’Atene imperiale che si lancia alla conquista del mare e delle isole: la città democratica delle flotte e dei marinai, la polis, che con le sue navi, costruisce in maniera spietata il proprio potere e la propria prosperità, drenando ricchezze e tributi tanto dagli alleati quanto dalle comunità dei vinti. Il capitalismo al suo stadio primario, il germe della mafia che si insinua nel mito fondante della città-stato
Ma esiste una possibilità ulteriore e non meno spaventosa: il dissidio e la contesa che abitano il politico umano possono prendere forma nella strage di un gregge sulla riva del mare, là dove le navi sono ancorate e i marinai-guerrieri trovano riposo dalle loro scorribande al caldo delle tende e dei fuochi notturni. La gang, la famiglia, il gruppo, questa cellula base dello sfruttamento originario, non sono immuni dal cancro con cui contaminano e corrodono l’armonia della vita in comune.
Nella tragedia sofoclea, Aiace massacra solo pecore e buoi, ma quello che accade agli animali innocenti è tuttavia  indicatore, e rivelatore, di ciò che sarebbe potuto comunque accadere al «gregge» politico e ai suoi sconsiderati pastori. 
E per questo che egli diventa «nu muartu ca camina», nu Tingiutu, nell’apprezzatissima messa in scena omonima ad opera di Dario De Luca, ospitata al Teatro Morelli, nell’ambito del progetto MORE, lo scorso 20 aprile.  Attraverso un’accorta traduzione linguistica, liberamente ispirata alla nota tragedia classica, in un calabrese moderno che fa riecheggiare di una vibrazione sinistra la sua matrice arcaica e primordiale, l’autore, regista e attore cosentino ci offre un’affascinante chiave di lettura dell’antico tema eroico.
La scena si apre in un’agenzia di pompe funebri, dove i picareschi addetti alla composizione dei cadaveri, che scopriremo alle prese con la preparazione del corpo di Aiace, danno vita a un delizioso prologo di grottesca ferocia: è già chiaro come anche ai ranghi più bassi della scala sociale, l’introiezione passiva della cultura paramafiosa sia estrema, assoluta. Pochi tratti per svelare le vacue gerarchie, lo spregio della vita umana, la sottomissione resa come prezzo dell’appartenenza, l’immaginario intriso di tradizione avariata e putrido machismo. Il tutto agito con un tocco di ironica leggerezza che ce li rende subdolamente vicini, forse addirittura simpatici, proiettandoci inesorabilmente nel meccanismo millenario dell’identificazione. Sei tu? Sono io? Siamo noi…
Facciamo appena in tempo a nasconderci, come dei complici che certo non apriranno bocca, dietro la quarta parete di tapparelle alla veneziana - fatta scivolare silenziosamente dall’alto da uno degli attori - che alcuni colpi di revolver esplodono in sequenza, scuotendo l’aria e lo spazio della platea e trascinandoci in una vera e propria discesa agli inferi, che prende le forme di un lungo flash-back  / fast-forward.
Aiace ha rapito Ulisse, infuriato per le decisioni che lo escludono dal potere nella gang, dovrà vedersela con il potente clan degli Atridi, che ormai detiene il monopolio indiscusso della violenza. Rimarrà solo, preda dei suoi fantasmi, in un delirio alimentato dal rancore, dal risentimento e dal demone della cocaina che gli offusca la mente e lo porterà, in un vortice di perdizione, a togliersi la vita. Il suo cadavere verrà insultato e profanato, il tradimento intollerabile pagato a duro prezzo.
Gli ingredienti dell’originale ci sono tutti: il dissidio e la contesa, qui declinato secondo le bieche dinamiche interne a una banda malavitosa; l’eterna questione dell’onore, di cui devono ammantarsi, pena la decadenza, coloro che aspirano a controllare le leve del potere; l’arcaico peccato della hýbris, la tracotanza dell’eroe che troppo confida nella propria forza, rifiutando il sostegno degli dei; l’onta della profanazione riservata a chi si è macchiato di insubordinazione, di tradimento, a chi ha osato camminare fuori dal gregge. E ancora, la collera e la reazione vendicativa, caratteristiche imprescindibili della soggettività eroica, che sfociano nella follia omicida e nel colpo di scena del suicidio, attraverso lo svelamento commovente del dramma esistenziale di questo Aiace piccolo piccolo, che ha giocato a fare l’eroe (played to be a hero), perdendo miseramente la sua guerra per il potere.
Una terribile epopea di sangue e morte, cui l’impressionante performance – come autore e come interprete - di Dario De Luca (Aiace), e dei suoi notevoli attori Marco Silani (Agamennone), Fabio Pellicori (Ulisse), Ernesto Orrico (Menelao), Rosario Mastrota (Teucro) riescono a restituire nervi e carne, attraverso una messa in scena e una recitazione quasi filmiche, e al tempo stesso di grande suggestione teatrale, con alcune matrici forti, evidenti e dichiarate, nel cinema di genere, che ne esaltano la dimensione meta-narrativa. Ma soprattutto offrendoci, in un inatteso stimolo intellettuale, non già la consapevolezza comune che la tragedia classica tratti temi eterni, che è sempre possibile riattualizzare, secondo le contingenze e le sfumature del tempo presente, quanto la oscura sensazione di come alcune forme contemporanee di degenerazione della vita pubblica, la violenza esercitata da certi gruppi malavitosi, più o meno legittimi, che tutto e tutti vorrebbero ricondurre al grigiore del gregge politico; persino alcuni riflessi condizionati, piccoli gesti, apparentemente innocui, a cui tutti noi spesso non evitiamo di indulgere, nella nostra quotidianità, siano l’emblema più sinistro del legame profondo e viscerale che ancora oggi ci lega a quella tanto esaltata cultura classica, di quanto affondino le radici in quell’humus magno greco che forse di altro non era fatto se non di guerre e  contese, sopraffazione e stragi, lotte fratricide e tradimenti disperati in cui l’uomo era lupo all’uomo. 
La vecchia eterna tragedia del vivere insieme insomma, con buona pace del mito delle letteratura e delle belle arti.

*Psiconauta