lunedì 20 giugno 2011

La grande impresa del rettore riformatore


di Franco Piperno

“Chi sa fa e chi non sa insegna”
epitaffio sulla tomba del prof. Pataturk

I) Latorre prima della Gelmini.

Un fatto è certo, bisogna riconoscerlo, il prof. Giovanni Latorre, rettore da oltre un dodicennio dell’UNICAL, una sua idea dell’Università ce l’ha, e da tempo; fin dall’inizio, dal primo mandato : una sorta d’intuizione anticipatrice in risonanza con il canone berlusconiano che si andava affermando, proprio in quegli anni, nell’ideologia pubblica del nostro paese.
L’idea del Rettore,anche aiutato – o limitato — dai saperi tecnici che coltiva, è quella che l’università vada governata quasi fosse una azienda, dove gli aspetti contabili-renumerativi prevalgono sui fini formativi, e la gerarchia accademica si modella su quella aziendale; una traiettoria, sia detto per inciso, già descritta nel settore sanitario dove, e non da ora, operano delle Aziende, con risultati che non occorre commentare perché ognuno può apprezzare per diretta esperienza.
Va da sé che per mandare ad effetto questo disegno occorreva conoscere e tener conto della microfisica del potere accademico all’UNICAL, in modo da poter offrire una convergenza vantaggiosa alle “confraternite” che, a vario titolo, abitano l’università ed usano comporsi e scomporsi lungo confini mobili in funzione delle finalità, non sempre nobili, perseguite.
L’impresa di Latorre, non si presentava facile, non fosse che per quella rissosità viperina che caratterizza il mondo accademico. Ma ecco che la fortuna sorride e proprio al tempo di quel primo mandato, il Governo bi-partisan apre le porte dell’università e migliaia di docenti vengono assunti – per dare una idea alla fine del terzo, e non ultimo, mandato di Latorre, l’organico dei docenti UNICAL risultava triplicato.
La lunga permanenza del Rettore nel ruolo ha conferito uniformità ai criteri con i quali sono avvenute le assunzioni. Certo, si sono svolti regolari concorsi pubblici nazionali; ma pur nel rispetto delle procedure, si è trattato di un reclutamento, per cooptazione ed autopromozione locale, senza precedenti nella storia dell’università. In breve, si è trattato di concorsi dove, sistematicamente ,i vincitori erano già noti anni prima dello svolgimento delle prove.
E’ emerso , così, un diverso “ideal tipo” di docente che scimmiotta, farsescamente, il “researcher- professor” americano, più simile ad un manager in carriera che ad uno studioso immerso tra “le sudate carte”, più dedito alla ricerca di fondi per la propria confraternita che a trovare qualcosa che valga la pena trasmettere pubblicamente come “conoscenza comune”.
Ecco allora che si sono venute delineando, all’UNICAL, delle linee di individuazione delle confraternite che non sono propriamente sapienziali; e fin qui passi, non si può pretendere il sangue dalle rape; ma per la verità non sono neanche disciplinari o metodologiche o interpretative e neppure tematiche; insomma, non si tratta certo di “scuole di pensiero”, di cui, semmai, si sente, lancinante la mancanza; e neanche, più modestamente, di schieramenti, tendenze politico-culturali, ideologie come suol dirsi oggi. Niente di tutto questo,perché all’UNICAL l’ideologia, dai professori, è stata buttata via, da tempo, come acqua sporca — ed insieme ad essa è finita nel tombino anche il bambino: l’idea stessa di università, l’autonomia della conoscenza.
Le confraternite o cosche universitarie si limitano a coltivare la passione triste che le tiene insieme, dopo averle materialmente costituite : disporre del tempo altrui in forza della natura burocratica della gerarchia accademica, dove l’esercizio del potere non abbisogna dell’autorevolezza che lo legittima, come accadeva ancora al tradizionale dispotismo baronale, quello che il ’68 ha demolito.
E poi, a cascata, ecco la fenomenologia adeguata ad una simile passione : consulenze general-generiche, master per tutti i gusti e tutte le tasche; campagne di marketing dispendiose per attirare studenti con una pubblicità fraudolenta che lascia intendere magnifiche sorti occupazionali nella scuola o nel giornalismo; corsi di aggiornamento per anziane maestre allibite; perizie generose di farmaci o di materiali edili o di composizione dei suoli; brevetti temerari, collaudi tolleranti, pubblicazioni inutili che neppure il coniuge legge; incursioni con paracadute nel mondo della rappresentanza politica; assunzioni, promozioni, assegni borse; questua di finanziamenti per improbabili ricerche, dalla mattonella bruzia ai protocolli per le “ scienze nove”, quelle turistiche ed investigative,per esempio – dove conta non già il programma di ricerca ma la capacità di relazione con il califfo comunale, provinciale, regionale, nazionale, europeo e perfino planetario : circola l’indiscrezione che un professore investigatore, impegnato a spargere legalità, abbia ottenuto fondi direttamente dal Segretario dell’ONU per una ricerca globale sui ricercatori che ricercano ricercati.
Insomma un gran traffico di meschinerie, tante raccomandazioni, piccole sopraffazioni chiamate complessivamente “governance”, un mare di riunioni inconcludenti, pochi soldi e ancor più poche occasioni di reddito per se ed i propri clienti.
Bisogna a questo punto, aggiungere, per evitare equivoci, che la condizione miserabile nella quale trascorre la vita il docente UNICAL non è dovuta alla famosa arretratezza meridionale né alla consueta ‘ndrangheta e neanche ai meriti del Rettore. Piuttosto si colloca ben dentro la dimensione iper-moderna, europea; essa è infatti, a ben vedere, il risultato locale della strategia, avviata già da tempo,degli euro burocrati che da una parte consegna al mercato l’istituzione universitaria, pubblica o privata che sia; e dall’altra elabora piani pluriennali, alla sovietica, dove la ricerca fondamentale è ancillare a quelle sue stesse applicazioni tecniche che sono renumerative per il capitale investito.
La disgregazione intellettuale è di tale portata che, quasi fossero scialuppe di salvataggio, non pochi docenti si arrampicano, nottetempo, su nuove e vecchie Logge, si legano all’Opus Dei,aderiscono ad organizzazioni cattoliche fondamentaliste; e v’è perfino un ricercatore transdisciplinare che è passato dalle investigazioni sulla vile meccanica alla ricerca sui miracoli di Natuzza da Paravati, una veggente locale che attende ancora un Papa che la faccia Santa.
Del resto, non occorre esser né massone né professore per aver contezza del “non- luogo” che è divenuta l’UNICAL, nata come utopia e finita come distopia. Basteranno qui alcune immagini. Il Campus è un immenso parcheggio per decine di migliaia di auto di docenti e discenti, di cilindrata non proprio modesta, che nelle ore di uscita e d’entrata s’intasano nel traffico come se si fosse non ad Arcavacata ma davanti le officine Mirafiori, a Torino, negli anni settanta– tutto questo malgrado che, per dirne solo una, quasi metà degli studenti immatricolati siano esentati dalle tasse in ragione della loro condizione, debitamente certificata, di “bisognosi”.
Ancora, Il Campus, animato durante il giorno dalla anomia della folla, diventa letteralmente desolato al calar del Sole, quando i negozi dei pubblicani chiudono; e, prescindendo dalle infrequenti iniziative delle associazioni degli studenti, assume l’aura di spettrale solitudine, irreale, quasi fosse un quadro di de Chirico. La Biblioteca, poi, sembra gestita dalla”Opera nomadi”: nei cinque giorni e mezzo nei quali è aperta chiude al tramonto, giusto quando cessano le lezioni e gli studenti,almeno quelli tra loro che sono anche studiosi, avrebbero così occasione di frequentarla.
Non mancano poi i centri d’eccellenza così sobriamente mimetizzati nel paesaggio che non ti accorgeresti della loro presenza e ancor meno dei loro successi se non fosse per i cartelli segnaletici.
E che dire dell’incubatore d’imprese, la chiave di volta del disegno rettorale per assicurare che quello spirito imprenditoriale, inoculato in migliaia di ingenui laureati in “scienze manageriali”, abbia il futuro che merita; incubatore la cui “ efficienza ed efficacia”, per dirla con la lingua del Magnifico, è già attestata dalla esperienza dell’ultimo biennio : ogni cento imprese incubate, con i batteri professorali, ne sopravvivono solo due – verrebbe da dire, se non suonasse inconsapevolmente denigratorio, che più che ” incubatore” dovremmo propriamente chiamarlo “sterminatore”.
Vi sono poi gli aspetti più propriamente accademici, quelli di medio-periodo, relativi alla trasmissione pubblica del sapere; ad esempio,la scuola regionale — elementare, media e superiore – registra ormai la presenza massiccia di laureati UNICAL con effetti sulla qualità del servizio che sono sotto gli occhi di chi vuol vedere.

II) Latorre all’epoca della Gelmini.

Questo era lo stato dell’arte ad Arcavacata nella prima decade del terzo millennio;e va da sé che apparisse urgente recuperare il potere di autogoverno della comunità universitaria, in primis la discussione, l’ analisi collettiva e pubblica da parte di studenti e docenti per valutare i risultati conseguiti dalla esperienza UNICAL, quasi quarantennale, e correggerne le storture; ma l’autorità accademica ha ritenuto una inutile perdita di tempo la convocazione dell’assemblea d’Ateneo e perfino il dibattito nei consigli di facoltà.
Quando ecco che,sul venire a fine del terzo mandato del prof.Latorre, il destino ha voluto che arrivasse la madre di tutte le riforme, quella più autenticamente berlusconiana, la Riforma Gelmini, di epocale inconsistenza.
La Gelmini garantisce a Latorre una sorta di quarto mandato, senza passare attraverso il voto del corpo accademico; inoltre gli vengono conferiti poteri speciali per procedere alla ristrutturazione dell’UNICAL e alla formulazione di un nuovo statuto—che è un po’ come trovare una soluzione che è peggio del problema che pure dovrebbe risolvere.
Così il Rettore, ancora una volta costretto, potremmo dire, ad esercitare il potere non si sottrae al dovere; e, con una certa solerzia , indice una Assemblea d’Ateneo dove espone la sua incondizionata adesione ai criteri della riforma ed il programma di ristrutturazione dell’ateneo.
Per la verità, l’assemblea delude il rettore; ad appoggiarlo solo i presidi, tanto quelli ormai estenuati in avanzata estinzione quanto quei due ruspanti, che da tempo, posseduti dalla voluttà di succedergli, lo parassitano e tramano scambiandosi reciproci sgambetti — insomma, Stanlio e Olio come affettuosamente li ha sopranominati lo stesso rettore.
Docenti e studenti invece, piuttosto che esser grati al prof. Latorre per lo sforzo di pensiero aziendale, criticano la proposta come culturalmente rachitica ed il metodo ritenuto istericamente autoritario; ed un gruppo di studenti finisce con l’insolentire il Magnifico – il che è sempre deprecabile ma qualche volta comprensibile.
A questo punto il rettore realizza che non può contare sul consenso della comunità universitaria e decide di procedere per decreto. Nomina così una Commissione per la redazione del nuovo statuto dove i soli che risultino davvero rappresentati sono il rettore stesso e Stanlio e Olio, I dioscuri come li chiamano rispettosamente coloro che non godono della loro protezione.
La Commissione ha lasciato cadere ogni riflessione sull’alternativa tra dipartimenti disciplinari e tematici, sulla qualità didattica dei corsi, sul rapporto coi luoghi– le città rurali della Calabria e la loro sovranità–, sulla corresponsabilità degli studenti nell’’autogoverno dell’Ateneo; insomma ha evitato di discutere per andare subito al sodo : trovare il “numero magico” che assicuri la gestione aziendale per il rettore residuale e per il successore, fosse Stanlio, onesto “bon vivant” o fosse Olio, intelligenza viscida che fa a meno dell’onesta.
Così, quasi subito, il travaglio dei commissari, grazie all’arte maieutica del rettore-presidente, ha individuati quattro numeri : il cinquanta, il ventuno, il dodici ed il dieci; cinquanta la soglia minima di docenti per istituire un dipartimento, ventuno i membri del Senato Accademico, dodici il numero totale di dipartimenti, dieci i componenti il Consiglio di Amministrazione. Apparentemente, non v’è nessuno rapporto aritmetico tra questi numeri primi e non appartengono neppure alla solita serie di Fibonacci; infatti, qualche commissario ha trovato bizzarra la numerologia e in sede di votazione si è ripetutamente astenuto, un altro si è addirittura opposto — il tutto a prova della procedura democratica alla quale sono stati improntati i lavori della Commissione.
Alla fine, i numeri usciti sono quelli proposti dal rettore con la sola incertezza sul totale dei dipartimenti,che, grazie a prestito di parenti e future complicità concorsuali, potrebbero divenire tredici, in spregio alla scaramanzia.
E tuttavia, a ben vedere, quei numeri attestano una certa coerenza interna del disegno riformatore. Partiamo dal cinquanta; l’aver fissato, per abbattere i costi,una soglia minima arbitraria senza indicare un limite massimo favorisce l’accorpamento dei dipartimenti secondo la facoltà di riferimento – criterio non propriamente aziendale, un costo esterno che il rettore paga per l’alleanza con i presidi. Infatti, Stanlio e Olio sono pronti ad inabissarsi in quanto presidi per riaffiorare, da qui a poco, come direttori di Dipartimenti, riformati sì ma composti da una tale quantità di docenti da porre la necessità di un surplus di rappresentanza in seno al senato accademico.
Inoltre, una soglia minima così alta impedisce la formazione di nuovi dipartimenti per la ricerca di base, quella specifica dell’università, tematica o disciplinare che sia; infatti, proprio a causa del loro essere davvero “ nuovi” hanno scarse possibilità di aggregare “ab initio” una numero così consistente di docenti.
E veniamo a ventuno, tanti sono i componenti del Senato riformato. Questo numero assicura il Rettore di disporre della maggioranza in seno all’organo,che, giova ripeterlo, presiede – maggioranza , i conti son presto fatti, composta dai direttori ex-presidi, dai “responsabili” rappresentanti degli minipartiti studenteschi nonché dai sindacalisti che collaborano.
Quanto al dodici, che potrebbe divenire tredici, abbiamo già detto. Resta da esaminare il dieci, il numero di componenti il Consiglio di Amministrazione riformato. Qui, veramente il Rettore e la sua Commissione hanno dato il meglio. La nuova regola prevede che il Rettore sia eletto insieme ad un “listino” di cinque consiglieri di suo insindacabile gradimento – questo listino, ognuno lo vede, è quella stessa alzata d’ingegno adoperata dai professionisti della politica calabrese per fare eleggere consiglieri regionali da loro stessi nominati.
Qui i saperi disciplinari dei commissari si sono mirabilmente intrecciati, dando luogo ad un modello d’università composta: azienda più partito politico—si prende il meglio da entrambi, dall’azienda la condotta padronale e dai partiti l’organizzazione clientelare.

III). Latorre dopo la Gelmini.

Infine, per chiudere senza concludere, ci sia consentito, come si diceva una volta, di spezzare una lancia a favore del rettore, insomma una considerazione finale. Circola voce, tra gli stessi sodali del magnifico, che il nuovo statuto sia stato redatto su misura, per permettergli, in un futuro prossimo, che resta pur sempre incerto, di presiedere la Fondazione alla quale verrà consegnata la proprietà dell’UNICAL Noi siamo tra coloro che credono si tratti di un ingiusto sospetto; e, da avversari non di Giovanni Latorre ma della sua politica culturale, lo diciamo per onestà intellettuale. Infatti, non è più necessario che il nostro rettore sacrifichi la sua passione di studioso e le gioie del tempo libero, per salvare, per la quinta volta e sotto altra forma, l’Ateneo calabrese.
Dopo la fatica gravosa di esercitare a lungo,troppo a lungo, il potere accademico, ha il diritto di ritirarsi malgrado l’apprensione che questa possibilità suscita tra le schiere degli studiosi e ricercatori che, generosamente, per fini nobili, lo hanno sostenuto con stima e affetto per questi indimenticabili anni. Penso che su questa questione la determinazione del nostro Rettore sia irreversibile; e questo con ragione, perché, con questa ultima trovata del listino, ha impresso una accelerazione alla realizzazione del suo programma,l’Università partito- azienda; sicché, senza tema d’essere giudicati corrivi, possiamo affermare che il prof. Giovanni Latorre prenderà ancora qualche anno per controllare fin nei minimi dettagli, per poi, alla maniera di Cincinnato, ritirarsi, con la tranquilla coscienza di chi ha realizzato l’opera sua. Pienamente, purtroppo.

Franco Piperno

venerdì 6 maggio 2011

Marta Sui Tubi in concerto al Filorosso



Torna a Rende a distanza di due anni dall’ultima esibizione con un nuovo album fresco d’uscita, una delle band più originali e seguite in Italia: stiamo parlando dei siciliani Marta sui Tubi. La location è la stessa dell’ultima esibizione rendese, lo spazio sociale Filorosso, che si conferma uno dei principali protagonisti della promozione culturale del Campus, specie nell’ambito della musica live di alto livello. Il nuovo tour dei MST “Carne con gli occhi” è partito ad aprile e continuerà per tutto il 2011: la tappa rendese è prevista per sabato 14 maggio.
“Il titolo “Carne con gli occhi” prende spunto da una frase in dialetto siciliano. Quando si usa dire “si un pezzo di carne cu l’occhi” si fa riferimento a qualcuno che non ha spina dorsale, un soggetto passivo che non sa prendere decisioni, uno che va al rimorchio di qualcun altro, uno che fatica a farsi da solo un opinione sulle cose, uno che si fida di quello che dicono le pubblicità. Il pecorone che segue il gregge e che non si ribellerà mai all’ordine precostituito. Ma soprattutto Carne con gli occhi lo si diventa quando si smette di pensare che si può essere qualcos’altro.
Quarta fatica in studio dei Marta Sui Tubi, il lavoro uscito lo scorso 15 marzo per la Tamburi Usati / Venus è prodotto da Tommaso Colliva (Muse, Afterhours). Un sound energico e a suo modo inconfondibile, in perenne bilico tra folk acustico e viscerale punk rock, notevolmente irrobustito dopo l'allargamento della formazione, che da qualche anno, oltre ai membri storici Giovanni Gulino (voce), Carmelo Pipitone (voce e chitarra) e Ivan Paolini (batteria), comprende stabilmente anche Paolo Pischedda (piano e organo hammond) e Mattia Boschi (violoncello).
Originari di Marsala, dopo l’esordio folgorante di “Muscoli e Dei” nel 2003 (stampa e televisioni musicali lo accolgono come un capolavoro), al MEI 2004 i Marta vengono premiati come miglior gruppo indipendente italiano. A inizio 2008 aprono la loro etichetta “Tamburi Usati”, con la quale pubblicheranno tutti i lavori successivi. Il terzo disco intitolato “Sushi & Coca” è il disco più ambizioso e sperimentale e anche quello di maggior successo.
I MST conservano anche nell’ultimo lavoro la verve ironica e giocosa, tipica della band fin dagli esordi, l'attitudine al cazzeggio unita alla ferrea volontà di non prendersi troppo sul serio, che piace tanto al loro pubblico e rende godibili i loro live.

sabato 26 febbraio 2011

Assemblea d'ateneo su riforma e nuovo Statuto

Dal portale Unical

Un’assemblea d’Ateneo. E’ l’importante iniziativa che, su mandato del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione, si svolgerà lunedì prossimo, 28 febbraio, in Aula Magna, dalle 09,30 alle 14,30, per discutere in maniera ampia, e allargata a tutte le componenti dell’Università, dei diversi e delicati aspetti organizzativi e di governance introdotti dalla Legge n. 240/2010 (Riforma Gelmini).

Tra le tante questioni da affrontare, come noto, c’è anche quella relativa alla modifica dello Statuto, prevista dall’art. 2, comma 5 della Legge, in rapporto alla quale, sempre nel rispetto della nuova normativa, l’Ateneo ha provveduto a costituire un’apposita Commissione composta da quindici membri tra cui il Rettore, che la presiede, due rappresentanti degli studenti, sei membri designati dal Senato e sei designati dal Consiglio d’Amministrazione dell’Università.

Appare opportuna, a questo punto, una fase di ascolto su questo particolare momento della vita dell’Ateneo, obiettivo che l’iniziativa di lunedì prossimo si prefigge di favorire attraverso una democratica e proficua discussione.

Al fine di assicurare la più ampia partecipazione, per la durata dell’assemblea le lezioni saranno sospese.

mercoledì 5 gennaio 2011

Lunga vita al Metallo italiano


Torna come ogni anno il consueto appuntamento con il Calabrian Metal Inferno,il festival dedicato alla musica metal e hardcore che quest’anno ha raggiunto il traguardo delle 5 candeline!Nasce nel 2006 da un’idea di Gianluca Molè (Glacial Fear), Giuseppe “Tato” Tatangelo (Zora), e Marco Veraldi (Land of hate/A buried existance) con l’intento di creare un appuntamento fisso per tutti gli amanti delle sonorità estreme.
Il concerto si è svolto il 28 dicembre presso il disco club “People” di Catanzaro;un locale molto ampio con tanti stand dedicati alla musica.
Alle ore 21:00 il Dj comincia ad intrattenere i presenti con il miglior dj-set metal che si potesse desiderare. I primi a salire sul palco e a scaldare il pubblico, intorno alle 23:00 ,sono stati i Buffalo Grillz,band death-metal/grindcore di Roma. A seguire,sulla scia dell’hardcore gli Straight Opposition da Pescara; I Cast thy eyes da Lecce;I Rushdown gruppo punk/hardcore di Catanzaro, e ancora I Forgotten Hope,gruppo Gothic-death metal di Cosenza. E’ stata un indimenticabile serata all’insegna del metal ai massimi volumi,caratterizzata da esibizioni di qualità e nuove interessanti conoscenze. Tutti i gruppi hanno saputo dare molto al pubblico,il quale ha risposto con entusiamo. Meritano inoltre un notevole riconoscimento gli organizzatori,i quali ogni anno con tanta passione portano avanti questo fantastico evento autofinanziandosi e cercando di dare spazio a tutti i gruppi della scena metal calabrese e non solo. Consiglio a tutti coloro che amano la musica metal nelle sue innumerevoli sfaccettature di non mancare assolutamente a questo evento il prossimo anno.

Roberta Serrao

venerdì 17 dicembre 2010

Recensione di Sotto Racket, tutti gli incubi del testimone


La mafia non è mai un argomento ‘semplice’ e, infatti quello che Saverio Paletta propone è un lavoro scrupoloso e attento fin nei minimi dettagli. Fulcro del libro la vicenda di Alfio Cariati, Testimone di Giustizia, un ‘semplice’ cittadino che, venuto a contatto con delle realtà di dubbia legalità, decide di parlare.


Gli atti mafiosi non godono del beneficio della legge, ma in talune realtà hanno il consenso tacito di chi passivamente vi assiste e vi convive, quindi non denuncia. Centrale per la vicenda di Alfio la normativa nella quale sono presenti le definizioni di pentito, collaboratore di giustizia e il testimone. Come collaboratore di giustizia si definisce una persona che ha commesso dei crimini e che ad un certo punto, decide di collaborare con la giustizia. Il testimone è, invece, un libero cittadino che assiste ad un fatto di rilievo e decide di riportare quanto ha visto in una sede legale.


Testimoniare dovrebbe essere la normalità, soprattutto quando si è vittime di atti intimidatori e persecutori, tuttavia tale pratica, schivata da molti e giudicata negativamente da altri, viene considerata un’eccezione. La testimonianza del sig. Cariati è di quelle importanti e pesanti, grazie alle su e parole il processo Omnia prende la giusta piega contro gli imputati, nonostante ciò egli, piuttosto che testimone viene classificato come collaboratore d giustizia acquisendo il diritto alla ‘protezione’. Eppure il sig. Alfio non ci sta, non vuole essere considerato ‘pentito’, ma semplicemente ciò che è: un cittadino che ha testimoniato contro l’operato della mafia. Inizia una nuova battaglia che dura ancora oggi: farsi riconoscere testimone e al tempo stesso poiché tale aver diritto alla protezione da parte dello Stato.


Il ritmo incalzante e obiettivo con cui viene affrontata la vicenda esplica con chiarezza e dovizia di sfumature il paradosso in cui il testimone Alfio si è trovato; la descrizione della vicenda è arricchita dalla smaliziata penna del sapiente giornalista che ha fatto del suo lavoro la ricerca di una verità ancora in divenire.



Recensione di Bruna Larosa

mercoledì 15 dicembre 2010

Roma 14 dicembre. "La solitudine dei bravi ragazzi" di Loris Campetti



dal quotidiano Il Manifesto del 15.12.2010

Brucia piazza del Popolo, bruciano le strade di Roma, brucia la rabbia di decine di migliaia di studenti quando alle 13,41 viene annunciato il voto di fiducia a Berlusconi. Hai voglia di dire che tanto quello lì ha perso politicamente: i simboli sono importanti. E quella maledetta legge Gelmini fermata dalla rivolta delle scuole e delle università ora torna in campo. I tre voti che salvano il governo cancellano definitivamente la fiducia della piazza nella politica, cancellano il futuro di una generazione. E ne condannano un'altra alla precarietà. La stessa rabbia degli operai metalmeccanici arrivati da Padova o da Pomigliano che vedono il modello sociale di Marchionne puntare contro di loro come come i blindati della Polizia e della Finanza. Vedono tornare il panzer Sacconi lanciato a bomba contro lo Statuto dei lavoratori.

Quel voto del Palazzo, quel mercato sub-politico che umilia il Parlamento cambia l'umore della piazza, la protesta esplode e poche voci si alzano contro chi magari è arrivato organizzato in piazza, non invitato, per far casino. Nessuno prova pietà per qualche suv sfasciato sul Lungotevere, per una Jaguar che brucia, per i bancomat presi a colpi di sampietrini: sono simboli di un potere odiato oggi più di ieri, rappresentano anch'essi un modello diseguale, ingiusto, basato sul furto ai poveri, tanti, per dare ai ricchi, pochi. Goliardia? Non solo, e non soprattutto. Il blindato e qualche altro mezzo che bruciano tra piazza del Popolo, via del Corso e via del Babbuino non trovano solidarietà tra i giovani e giovanissimi che si affollano dietro chi resiste alle cariche della polizia. Quando un blindato tenta di sfondare il muro umano che, a differenza del Parlamento, sta sfiduciando Berlusconi ma viene ributtato indietro, parte un applauso corale. Questa non è goliardia, è rabbia di chi vede sfilarsi futuro e diritti e non ci sta.

Così brucia piazza del Popolo. La politica ha fallito, le istituzioni sono fuori, lontane, nemiche di queste ragazze e ragazzi così simili ai loro compagni di Atene o di Londra, che ieri hanno messo in campo la più grande manifestazione studentesca che il cronista, non più ragazzino, ricordi. Non hanno tutti contro, però. Con loro ci sono le tante Italie che resistono, e cominciano a incrociarsi. C'è la Fiom con il suo gruppo dirigente che chiede, insieme ai ragazzi, lo sciopero generale. Che se ci fosse stato avrebbe contribuito a farli sentire meno soli e meno lontani da tutte quelle rappresentanze che non rappresentano più, non svolgono più alcun ruolo di mediazione. Ci sono i terremotati dell'Aquila e il popolo avvelenato di Terzigno e Chiaiano, persino le «Brigate Monicelli», il popolo dell'acqua pubblica. Movimenti che dovranno intrecciarsi, meticciarsi, costruire insieme un percorso duraturo, perché domani è un altro giorno e bisognerà continuare il cammino insieme. Per questo è nato «Uniti contro la crisi» che ha promosso la manifestazione.La piazza ondeggia sotto le cariche della polizia. C'è chi resta fuori dagli scontri, come gli operai della Fiom, perché non sono nel suo dna e punta da piazzale Flaminio verso il Muro torto per raggiungere la Sapienza. Ma alla fine la polizia sfonda, riconquista piazza del Popolo, si riversa sul piazzale mentre il fumo acre dei lacrimogeni intossica e fa crescere ancor più la rabbia. Un candelotto va a finire dentro il lungo sottopassaggio della metropolitana trasformandolo in una camera a gas. Sopra, nel piazzale, vola di tutto contro un blindato della Finanza, isolato e impazzito, una scena che nella memoria dei meno giovani richiama una dannata piazza di Genova.

Alle 13,41 è cambiata non solo la piazza ma anche l'atteggiamento di chi avrebbe dovuto garantire l'ordine: fino al voto, fino a davanti al Senato, confronti anche duri, ma senza volontà di precipitazioni. Poi la «difesa dei Palazzi» è diventata aggressiva, quasi alla ricerca dello scontro. Che alla fine, immancabilmente, è arrivato con tanto di fuoco, ragazze e ragazzi in fuga inseguiti dai manganelli. I Palazzi hanno ignorato la protesta della piazza, hanno offeso la dignità di chi chiede quel che sarebbe giusto avere ma da oggi dovrà farci i conti. E sarà dovere di ogni organizzazione democratica costruire ponti con una generazione offesa ma determinata, e sostenere una battaglia per l'istruzione, la cultura, il lavoro, la giustizia sociale, che è una battaglia di civiltà e parla di diritti. Per costruire un'altra politica e differenti relazioni sociali, non mercificate, per pretendere giustizia sociale. Gli studenti sono in prima fila. Con loro ci sono altri movimenti, c'è un pezzo di Cgil. E gli altri dove sono?